[Napoli - 22/05] Zone di Sfruttamento Speciale! Con Inicjatywa Pracownicza (Polonia) e Resistenza Operaia (Irisbus)

Mercoledì 22 Maggio - ore 18:30
Spazio Me-Ti, via atri 6 (salire angolo pizzeria sorbillo) - Napoli


proiezione del documentario (sottotitolato in italiano)
Zone di Sfruttamento Speciale (qui la scheda)
intervengono
- Operaia della Chung Hong Electronic - Polonia
- Inicjatywa Pracownicza (Iniziativa Operaia) - Polonia
- Comitato Resistenza Operaia - Irisbus (Valle Ufita - Avellino)

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Zone di sfruttamento Speciale
La via d’uscita dalla crisi di governi e imprenditori. E la nostra?

“Far ripartire la crescita”, “Bisogna attrarre investimenti”, “Dobbiamo alzare il tasso di produttività”. Non c’è politico, di qualsiasi schieramento e partito, che un giorno sì e l’altro pure non ripeta questo ritornello.

Ma come si fa? Che significa in concreto per le nostre condizioni di vita e di lavoro?

C’è qualcuno che può aiutarci a capirlo perché – prima di noi – l’ha vissuto sulla sua pelle. Si tratta, ad esempio, delle lavoratrici e dei lavoratori polacchi. Nel loro paese, a partire dalla caduta del muro di Berlino, i governi hanno iniziato una serie di riforme proprio per attrarre investimenti internazionali, per far ripartire l’economia. La Polonia era gravata da un alto debito pubblico e allora si pensò bene di riformare il sistema pensionistico, il welfare state, di privatizzare tutto ciò che c’era da privatizzare, di chiudere tante fabbriche di proprietà statale, altrimenti i ‘mercati’ avrebbero punito il paese, non avrebbero mai investito lì. Uno dei risultati? Dal 1989 al 2011 ben 6 milioni di posti di lavoro in meno.

Ma non ci si accontentò. Hai mai sentito qualche economista o qualche politico nostrano parlare della necessità di esenzioni fiscali per chi investe, accusare il sindacato e le norme a tutela dei lavoratori di ‘ingessare’ il mercato del lavoro? In Italia – si sa, no? – non è facile fare impresa. Allora guardiamo cosa hanno fatto in Polonia: dalla metà degli anni ’90, in uno dei territori di quella che oggi è la ‘civile’ Unione Europea, sono state costituite le ‘Zone Economiche Speciali’. Si tratta di aree in cui è particolarmente vantaggioso fare impresa: non si pagano tasse, si usufruisce delle infrastrutture statali costruite coi soldi dei contribuenti, si utilizza una manodopera ‘docile’ e non ci sono i sindacati.

“Beh – si dirà – ma in Italia è diverso. Noi siamo un paese più moderno. Certe cose ce le siamo buttate alle spalle anni e anni fa.” Ma ne siamo proprio sicuri? Riforma peggiorativa del sistema pensionistico, del mercato del lavoro, con la precarietà che aumenta sempre più, aumento dei ticket sanitari e chiusura di pronto soccorso e ospedali, attacchi continui alla libertà di associazione, ecc. Siamo proprio convinti di essere così più ‘moderni’ e avanti di paesi come la Polonia?

Ma dal paese di Papa Wojtyla ci arriva anche un altro esempio. È quello delle operaie e degli operai di una ditta in appalto della LG Electronics, l’azienda taiwanese che produce schermi tv, tastiere, ecc. Avevano turni di lavoro di 12, 14, anche 16 ore. Straordinari obbligatori. Lavoravano durante le festività. Il controllo dei supervisori era asfissiante. Ad un certo punto hanno detto basta. Si sono organizzati in un sindacato, “Iniziativa operaia”, e hanno iniziato a lottare per strappare diritti e migliori condizioni. Cos’è che li ha spinti a dire basta? L’esasperazione da sola non basta a darci una spiegazione. Non sempre chi è esasperato intraprende la strada della lotta. Spesso ci lasciamo prendere da apatia e depressione. Si arriva anche al suicidio. In Italia lo sappiamo bene. E allora cosa?

Proveremo a capirlo insieme ad una di quelle operaie, qui a Napoli mercoledì. Proietteremo un breve documentario che lasciando la parola alle operaie di quella fabbrica ci svela la barbarie della ‘crescita’ che ci vogliono dare. Ma ne parleremo anche con gli operai dell’Irisbus (AV), azienda di proprietà della FIAT, che dal momento della notizia della chiusura della fabbrica si sono organizzati e da un anno e mezzo girano in lungo e in largo l’Italia per tessere relazioni con altre realtà lavorative in lotta e cercare insieme a loro una via d’uscita a questa crisi. Una via d’uscita che non sia fatta di disoccupazione, aumento delle ore e dei ritmi di lavoro, distruzione dei servizi sociali, annientamento dei diritti.

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