[Napoli] Una giornata di lavoro al Mc Donald's

Dopo aver protestato con le lavoratrici e i lavoratori Mc Donald's l'8 marzo, ripubblichiamo, per aggiungere un altro tassello al puzzle dello sfruttamento messo in atto dal clown più famoso del mondo, un'intervista fatta dal Laboratorio Politico Kamo a un ex-lavoratore Mc Donald's dell'area Nord di Napoli

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Abbiamo incontrato Stefano (pseudonimo), uno studente universitario della periferia di Napoli, come tanti giovani in cerca di lavoro per pagarsi gli studi ed avere un minimo di indipendenza economica, gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza lavorativa in una delle più grandi e famose catene di fast food. Quest’intervista si inserisce in un percorso più ampio che abbiamo appena cominciato e che aspira a fornire un quadro generale del mondo del lavoro nell’area nord di Napoli, con l’obbiettivo di legarsi alla classe e di sostenere eventuali vertenze e lotte dei lavoratori.

Come hai trovato questo lavoro?
Risposi ad un annuncio, cercavano personale per fast food ed offrivano un contratto di un mese con eventuali proroghe. Ho mandato il mio curriculum e sono stato assunto a “condizione”, però, che radessi quotidianamente la barba, che nascondessi tatuaggi visibili e non portassi orecchini, bracciali e piercing.

Lavoravi a tempo pieno?
Apparentemente era un part-time, ma in realtà era come lavorare a tempo pieno. C’era la richiesta continua di straordinari, il cui rifiuto avrebbe portato ritorsioni. La prima cosa che mi fu detta, è che raramente avrei fatto le 4 ore previste da contratto e che gli straordinari non mi sarebbero stati pagati. In realtà, infatti, lavoravo dalle 6 alle 8 ore al giorno.

Quanti giorni a settimana lavoravi e quali?
Lavoravo in qualsiasi giorno: sabato, domenica, festivi e anche i notturni. Il week-end libero poteva averlo solo chi riusciva a vendere più crocchette di pollo in un mese rispetto agli altri dipendenti.

I ritmi di lavoro com’erano?
I ritmi erano allucinanti: in 4 minuti – e anche meno – bisognava raccogliere l’ordine del cliente, preparargli da bere e alcuni dei cibi richiesti. Nel frattempo, mentre in cucina finivano di preparare quel che rimaneva dell’ordine, bisognava incassare e poi servire nei tempi stabiliti. In pratica non esistevano pause!

Nemmeno la pausa pranzo?
La catena offriva un pasto giornaliero al proprio personale che si poteva consumare solo prima o a fine turno. Io conosco il prodotto, che è di bassa qualità, e nonostante fosse gratis cercavo di evitarne il consumo: basti pensare che uno di questi panini costa alla catena appena 42 centesimi, eppure contiene tre fette di pane e due hamburger più salse ed insalate!

Com’era l’ambiente di lavoro?
La fatica mentale era enorme, c’era un timer che monitorava in quanto tempo si serviva un cliente ed un supervisore che controllava tutto ciò che facevi. Eravamo obbligati a stare tutto il giorno in piedi ed era vietato assumere posizioni comode. Per non parlare, infine, degli ambienti che non rispettavano alcuna norma di sicurezza.

Un’ultima domanda: quanto ti pagavano per subire questo sfruttamento?
Tutto questo per una paga di 700 euro lordi al mese.

Certo, quanto letto non è né entusiasmante né consigliabile. In più i tempi serrati, la poca umanità ed il molto sacrificio non necessariamente significano la riconferma contrattuale.

Lavorare per questa catena – o per tante altre di questo tipo – è solo sfruttamento. Non esistono giorni di festa, orari agevolati o permessi, non esistono ferie!

Vengono a dirci: Abbiamo già creato 24.000 posti di lavoro, crediamo negli italiani. Ecco il lavoro, ormai ridotto ad una scialuppa di salvataggio più che a un bastimento di opportunità, che rientra perfettamente nella logica del profitto e nella barbarie del capitalismo.

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