Braccianti e sfruttamento. Tutta colpa dei caporali?

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Come spesso accade, c'è bisogno che ci scappi il morto affinché di un problema se ne cominci a parlare, e ovviamente se ne parla e basta, giusto quei due tre giorni a ridosso del fatto. Poi tutto rifluisce, tutto ritorna esattamente al proprio posto, come se nulla fosse mai accaduto, come se quel problema non fosse mai esistito, come se nessuno ci avesse mai davvero rimesso la pelle.

Di morti questa volta ce ne sono voluti ben quattro, di quelli assurti all'onore delle cronache, Mohamed, Paola, il tunisino di Polignano e il ragazzo trentenne del Mali. Poi c'è quella dozzina di invisibili, che pure si spegne sotto il sole cocente, o nella cappa soffocante delle serre, ma di cui nessuno dice nulla e di cui a volte nessuno sa molto, sepolti in fretta in mezzo a qualche campo per disfarsi di corpi ormai 'inutili'. Un bollettino da brividi che si ripete ormai ogni stagione di raccolta che si rispetti.

Se ne fa un gran parlare in questi giorni, di loro, di caporalato, di Mafia. Ne parlano personaggi di rilievo come Saviano, che si sente ovviamente chiamato in causa, questo sembrerebbe il suo campo. E infatti non si fa sfuggire l'occasione e ci rifila la sua lezioncina sulla criminalità organizzata, sui legami storici tra caporalato e mafia, oltre a dirci che per risolvere il problema bisognerebbe introdurre nuove condizioni di lavoro e di contratto, assicurando 'flessibilità' per esempio, proprio come accade nel modello californiano per la produzione di pomodoro, quello sì che è un modello 'vincente'.... peccato che proprio in quella parte di mondo sia stato collaudato ed esportato un po' ovunque, giungendo già sino a noi, uno dei più sofisticati e atroci sistemi di sfruttamento, principalmente di forza lavoro migrante, proveniente dalle zone più povere del Messico, e che negli ultimi tempi ha dato vita a una delle più grandi mobilitazioni di braccianti contro lo sfruttamento che la storia recente abbia mai conosciuto, la lotta de 'los Jornaleros' che abbiamo provato a documentare (qui).

Poi ci sono le parti sociali. C'è la CGIL ad esempio, che è già al suo secondo rapporto su Agromafie e Caporalato, 'uno studio sull'illegalità e sull'infiltrazione mafiosa nell'intera filiera agroalimentare', come si legge dall'introduzione. Secondo la CGIL bisognerebbe invece potenziare le filiere capaci di puntare su qualità e legalità, come leve per la valorizzazione del nostro Made in Italy agroalimentare.

E poi le istituzioni, il Ministro Martina ad esempio, che intervenendo in questi giorni sui drammatici fatti avvenuti recentemente, ci dice che 'esiste una profonda contiguità con la criminalità organizzata' per cui 'il caporalato va combattuto come la Mafia'.

Ecco, noi vorremmo fare una piccola riflessione su tutto questo gran dire su caporalato e mafia, una piccola riflessione stimolata da alcune chiacchierate avute con alcuni lavoratori agricoli, per la maggior parte immigrati provenienti dall'India e dall'Africa. È di certo un bene che di questo problema di intermediazione 'illecita' di manodopera, qui da noi rinominato 'caporalato', se ne parli, soprattutto perché, come abbiamo imparato a conoscere, a volta sa essere davvero molto feroce. Ma non è solo questo. E sopratutto, non è solo Mafia. Questo tentativo di circoscrivere il problema del caporalato alla sfera dell'illegalità, il cercare di incapsularlo in questo discorso che ha a che fare con e solo con la Mafia o altre forme di criminalità organizzata ci sembra essere una bella furbata, oltre che poco, davvero poco in grado di descrivere la realtà. Cosa intendiamo? Non stiamo di certo negando l'esistenza della Mafia, né la sua capacità di infiltrarsi nella cosiddetta economia 'legale' e fare loschi profitti sulla pelle delle persone. Ma il caporalato è in primo luogo una forma di organizzazione e gestione della forza lavoro, figlia proprio di quella economia 'legale' che il Ministro Martina & Co. stanno tentando di salvaguardare dalla pessima fama.

Ce lo dicono i lavoratori stessi, che parlano di una sistema esteso oltre misura, presente nella quasi totalità delle aziende agricole, da Nord a Sud del nostro paese. Un sistema a volte atroce, come accennavamo prima. Il caporale può essere davvero una figura odiosa che esercita un controllo totale sulla tua vita. Ma non è solo questo. È anche una figura di riferimento per gli stessi lavoratori, in termini di opportunità di lavoro, un lavoro avvilente, certo, ma pur sempre qualcosa rispetto al desolante deserto lasciato da politiche scellerate adottate sinora dalla nostra classe dirigente. Non solo. A volte sono gli stessi lavoratori a ritrovarsi ad indossare per qualche tempo i panni di caporale, magari senza mangiarci su, senza fare soldi sugli altri lavoratori, ma pur sempre organizzando parenti e amici e assolvendo al bisogno delle aziende di avere una manodopera pronta all'uso oltre che super flessibile.

Ce lo dicono studi e ricerche sulla produzione agricola in altre parti del mondo, di cui vi forniamo sotto alcuni link. Un sistema di gestione della manodopera presente nella produzione di mele in Sud-Africa, in quella di pomodori e patate negli Stati Uniti, nella produzione orticola in Inghilterra. Stiamo quindi parlando di una pratica che va ben oltre i confini del nostro paese. Non è un'anomalia all'italiana. È un sistema perfettamente integrato nell'attuale modello di produzione agricola, un modello che guarda alla produzione in filiere, produzione principalmente orientata all'esportazione, come l'ultima avanguardia nell'organizzazione produttiva, governata dalla Grande Distribuzione che fa della flessibilità il suo aspetto cardine … e se nei grandi discorsoni non si è ancora ben capito di quale flessibilità si parli, noi lo abbiamo imparato a capire sulla nostra pelle! Tutto questo è esattamente lo stesso modello tanto spinto e pubblicizzato all'Expo, con il caro Made in Italy dell'agro-alimentare.

Perché parliamo allora di una bella furbata? Perché confinare il problema del caporalato esclusivamente ad un discorso su Mafia e criminalità organizzata vuol dire non riconoscere alcuna connessione tra questa pratica e l'attuale sistema di produzione, vuol dire non mettere in discussione le politiche adottate sin ora, vuol dire non interrogarsi sul modello promosso all'Expo.

Qualche giorno fa c'è stato il vertice nazionale sul caporalato. Martina e Poletti promettono un piano di azione strategico entro 15 giorni...eppure anche qui le parole che girano intorno a questi ragionamenti ci rivelano molto. Si parla di confisca dei beni “come avviene per i mafiosi”, di una “risposta culturale al fenomeno, tenendo conto non solo del danno alle persone ma anche del danno al sistema imprenditoriale” dice Poletti. E ribadisce Martina “Non bisogna generalizzare la situazione e dipingere tutto in negativo. La stragrande maggioranza delle imprese opera nelle regole”. Ecco, è proprio questo ciò che intendevamo. Si continua ad insistere sul fatto che si tratti di un problema circoscritto, lo si incapsula in ragionamenti di comodo per fare le scarpe a questo o quel caporale, ma intanto poi l'intero sistema, imprenditori, commercianti, GDO, continueranno con il loro infame 'business...as usual'!

http://www.britannica.com/topic/migrant-labour

http://www.bwpi.manchester.ac.uk/medialibrary/publications/working_papers/bwpi-wp-15311.pdf

http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_dialogue/---sector/documents/publication/wcms_161567.pdf

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