[Eataly] Le strane teorie di Oscar Farinetti

Farinetti

L’inchiesta interna pubblicata dai lavoratori dello store fiorentino ieri mattina, ha scatenato un botta e risposta sul blog delll’Huffington Post Italia.
Oscar Farinetti ci è rimasto “davvero male” che qualcuno lo “accusi di sfruttare i dipendenti”, lui che ha costruito “una grande famiglia” dentro ogni store.

Se non avesse esposto costantemente al pubblico le sue “sinistre” origini, potremmo tranquillamente scambiarlo per uno dei bianchi padroni paternalisti della vecchia campagna veneta, una specie di Marzotto del Terzo Millennio. Come ogni pater familias, infatti, si è sentito tradito dai propri figli, tant’è che si è lanciato in una serie di accuse nei confronti degli autori dell’inchiesta. Analizziamole una per una.

1) Farinetti afferma che i dipendenti sono stati licenziati “perché non ritenuti all’altezza”. Nell’inchiesta, paragrafo 2, si dimostra invece come il calo dei dipendenti sarebbe avvenuto indipendentemente dalla loro bravura o meno. Infatti, dopo un’apertura in grande stile -tanti occupati, tanta pubblicità-, che avrebbe portato innumerevoli vantaggi, la dirigenza ha sistematicamente tagliato il numero degli occupati sino a raggiungere un livello occupazionale che garantisse un buon margine di profitto: tant’è che a fronte di diversi licenziamenti, il carico di lavoro interno è aumentato tantissimo.

2) Farinetti afferma che “il contratto a tempo determinato” è un modo per conoscere i dipendenti”. Tra le dichiarazioni di Farinetti, questa è la menzogna più grave. Il CCNL prevede un periodo di tempo molto limitato, o casi del tutto straordinari, nei quali è possibile utilizzare i contratti a tempo. Eataly invece ha utilizzato per lungo tempo un’altissima percentuale di tempi determinati e di interinali: Farinetti ha sforato tanto i tempi, quanto le percentuali fissate dal CCNL (vedi nota 6 dell’inchiesta), fingendo che Eataly rientrasse nella fattispecie giuridica delle “start up innovative”, quando non lo è mai stata (vedi nota 5 inchiesta)! Il contratto a tempo determinato non è un modo per conoscersi: è un modo per disporre meglio della forza-lavoro, evitando al contempo che quest’ultima si organizzi. Insomma, è un modo per fare più soldi con il lavoro degli altri.

3) Farinetti afferma che “l’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato” e che “presto a Firenze assumeremo 50 persone”. Farinetti qui falsa i dati. Purtroppo non possediamo i dati ufficiali delle altre aperture, conoscendo solo i calcoli approssimativi che ci hanno comunicato i lavoratori degli altri store. A Bari, dove invece c’è stato un accordo, le percentuali ottenute dal sindacato sono state: 39% indeterminati, 38% apprendisti, 11% tempi determinati e 11% interinali. Il 60% dei dipendenti, dunque, resta con un contratto a termine. A Firenze, l’accordo siglato con la CGIL lo scorso 4 settembre prevederà, a pieno regime: 74% tra indeterminati e apprendisti, 18% determinati, 8% interinali. Poiché il numero degli indeterminati qualificati o specializzati non potrà, per legge, essere minore di quello degli apprendisti, il numero di indeterminati probabilmente si attesterà intorno al 37-38% dei dipendenti, come nel caso barese. In sostanza, Farinetti maschera gli apprendistati come tempi indeterminati, ben sapendo che non lo sono affatto, e che costano all’azienda molto meno.

4) Farinetti afferma che la decisione di assumere 50 dipendenti a Firenze “non è avvenuta grazie alle proteste di questi ragazzi iscritti ai Cobas”, ma dipendeva da un piano “concordato da tempo con la CGIL”. A quanto ci risulta, per decidere la stabilizzazione dei dipendenti di una qualsiasi azienda, non c’è bisogno di contattare il sindacato. Semmai il contrario. Perché allora Farinetti ha avuto bisogno della Filcams? Perché, come si dice in gergo, è stato “sgamato” dai suoi stessi dipendenti, ed è dovuto correre ai ripari concordando un piano di rientro nell’alveo del CCNL. Un piano molto generoso, poiché concede all’azienda di assumere tempi determinati e interinali oltre il limite consentito. Infatti, dalla base di calcolo delle percentuali massime previste dal CCNL vanno esclusi gli apprendisti. Ma per saggiare la falsità di questa affermazione, non c’è bisogno di entrare nel tecnico. Basta sforzare la memoria: non era Farinetti quello che un anno fa, messo alle corde a Bari, aveva definito i sindacati “medievali” e la trattativa per la stabilizzazione “un tavolo del cavolo”.

5) Farinetti afferma che “le pressioni psicologiche” sono delle “falsità”, e che c’erano dei problemini risolti” facendo un’assemblea con i lavoratori”. E le firme per prendere le distanze dallo sciopero, non erano una pressione psicologica? Tralasciando questo dato, che lo stesso Farinetti ha ammesso essere stato “un errore”, concentriamoci sulla questione dei problemini. Lo sciopero è stato proclamato perché l’azienda si rifiutava di convocare un incontro con i lavoratori, per discutere delle condizioni lavorative. Un problema in particolare assillava i dipendenti: quello dei turni. Questi venivano comunicati con zero preavviso, e non una settimana prima per quella successiva. Quando Francesco Farinetti, ai primi di settembre, è andato ad incontrare i lavoratori dello store fiorentino, ha risolto il problema convocando egli stesso un’assemblea. Peccato, però, che non lo abbia fatto di sua sponte, bensì che sia stato smosso dallo sciopero indetto dai Cobas.

6) Farinetti infine afferma:"Se poi si parla di malessere dei dipendenti, è naturale che il malessere è quello di tutti i lavoratori italiani che al primo impiego guadagnano in media 877 euro, mentre a Eataly si comincia con 1000 euro”. Ai lavoratori di Eataly chiediamo di pubblicare una foto della loro prima busta paga, per chiarire questo punto.

Noi non odiamo Farinetti, non è con lui che ce la prendiamo. Noi diamo voce ad una classe, quella dei lavoratori, il cui passato viene allontanato sempre più lontano ed il cui presente viene attaccato e defraudato. La lotta dei dipendenti di Eataly contro il loro padrone, lungi dall’essere un fenomeno di dumping aziendale e di cattiva pubblicità, deve diventare la lotta di tutti i lavoratori italiani e non, la lotta di coloro ai quali, in nome del profitto, viene costantemente negato un futuro degno di essere vissuto.

Rete Camere Popolari del Lavoro