[Caserta] Indesit verso lo sciopero del 18 novembre

Una ricostruzione delle ultime settimane di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici dell’Indesit

Il prossimo 18 novembre i lavoratori e le lavoratrici dell’Indesit si daranno appuntamento nelle strade di Roma, mentre vertici aziendali, sindacati ed istituzioni siederanno attorno a un tavolo di trattativa per discutere ancora una volta del piano industriale presentato prima dell’estate dalla famiglia Merloni.
Se ai piani alti del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) l’obiettivo della giornata sarà quello di trovare la quadra ad un piano di ristrutturazione aziendale che mira a delocalizzare buona parte delle produzioni in Polonia, Russia e Turchia, utilizzando la vecchia scusa della crisi economica per far arrivare ancora più in alto i propri profitti, le idee dei lavoratori sono chiare già da tempo: nessuna volontà di accontentarsi delle briciole, di qualche posto di lavoro salvato, di ammortizzatori sociali e accompagnamenti alla pensione. Il piano di riorganizzazione va contestato alla radice e deve essere ritirato: l’azienda è in buona salute e perciò lo spostamento di buona parte della produzione all’estero è del tutto ingiustificata. La produzione deve restare in Italia, gli attuali livelli occupazionali devono essere mantenuti, non c’è nessuna apertura a qualsiasi offerta al ribasso.

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All’interno di questo quadro si muovono con determinazione gli operai e le operaie di Teverola e Carinaro (CE). Sarebbero soprattutto loro, infatti, a pagare le conseguenze della ristrutturazione aziendale paventata. L’incontro fra dirigenti e sindacati dello scorso 24 settembre, il primo dopo la pausa estiva, non ha infatti portato a niente di troppo diverso da quanto prospettato al principio, se non una timida marcia indietro su 23 dei 530 licenziamenti  previsti per il casertano. Così la risposta dei lavoratori è stata pronta e decisa: il pomeriggio del 24 settembre stesso si sono mossi in centinaia dagli stabilimenti alla volta della stazione di Villa Literno, occupando i binari della ferrovia per diverso tempo ed annunciando un nuovo sciopero di 8 ore prima della convocazione del successivo tavolo di trattativa al MISE.

L’11 ottobre sono scesi in piazza a Napoli, giungendo nei pressi della Regione Campania e pretendendo che le istituzioni locali prendessero parola sulla vertenza, garantendo un impegno per il mantenimento dei livelli occupazionali e delle produzioni nelle sedi Indesit del casertano.
Il 17 ottobre si ha un’anticipazione su quanto si discuterà  al MISE il martedì successivo: con la convocazione di una conferenza stampa a Napoli, i vertici dell’azienda cambiano del tutto le carte in tavola, nel tentativo di rendere la pillola meno amara e giungere allo stesso risultato con il placet dell’opinione pubblica e di qualche dipendente meno attento. Così si fa marcia indietro su tutti i licenziamenti, si inizia a parlare di cassa integrazione e contratti di solidarietà, di accompagnamento alla pensione per 330 lavoratori, di un possibile, incerto riassorbimento negli anni a venire dei dipendenti ritenuti oggi “in esubero”.
E per gettare fumo negli occhi sul reale significato di questa operazione un nuovo ritocco alla riorganizzazione della produzione, un gioco delle tre carte che se da un lato potenzia il sito di Fabriano e sposta a Caserta la produzione degli elettrodomestici a incasso – il cui mercato è ritenuto più sicuro – e dei centri di assistenza, dall’altro prevede comunque il trasferimento della fabbricazione di merci a basso costo di vendita all’estero, in quelle zone economiche speciali in cui lo sfruttamento dei lavoratori si traduce immediatamente in un abbattimento dei costi per l’azienda, dunque in una maggiore competitività sul mercato.
È decisamente un’abile mossa: “Lavoriamo per non fare licenziamenti”, “i lavoratori difendono il loro posto di lavoro e questo non è assolutamente criticabile”, sono queste le parole dell’amministratore delegato Marco Milania a margine del suo intervento pubblico. Ma dove sta l’inganno? Nel fatto che così facendo non si metta più in discussione quella riorganizzazione che “la crisi economica ha reso necessaria” e che paradossalmente, a suo dire, è fatta proprio a tutela degli operai; nel fatto che si ricorra alla retorica dei sacrifici necessari per scaricare su di loro la responsabilità di scelte aziendali finalizzate solo all’ottimizzazione dei profitti.
D’altro canto per attingere agli ammortizzatori sociali c’è bisogno del benestare dei sindacati, perciò mettere all’angolo i lavoratori è l’unica soluzione per portare il risultato a casa e con l’immagine del tutto ripulita.

Eppure anche in questo caso la risposta è stata decisa: in occasione della conferenza stampa i lavoratori erano riuniti in presidio in strada, a denunciare di essere stati allontanati dalla sala conferenze per evitare che prendessero parola e guastassero i giochi: “L’Indesit ci tiene molto alla sua immagine, nel momento in cui l’immagine è scalfita perde in quelle che sono le sue quotazioni in borsa”. C’è piena consapevolezza di quale sia la posta in gioco per la dirigenza e la voce dei lavoratori ancora una volta non lascia spazio a interpretazioni: il piano industriale va ritirato.

La riunione al MISE del 22 ottobre non è altro che una ripetizione di quanto già annunciato, i sindacati si riservano di consultare i lavoratori e riaggiornare la trattativa ad un nuovo incontro fissato prima per il 31 ottobre, poi per il 4 novembre (sarà posticipato ancora all’11 e poi al 18), ma le risposte non si sono lasciate attendere.

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Già il giorno dopo uno sciopero a scacchiera ha bloccato la produzione negli stabilimenti di Teverola e Carinaro ed il presidio dei lavoratori nei pressi dei cancelli ha reso impossibile l’ingresso dei camion e l’uscita delle merci finite. L’Indesit ha per tutta risposta dichiarato il fermo produttivo, sospendendo i dipendenti dal servizio e dalle retribuzioni e decurtando loro un giorno di ferie. Questi hanno proseguito la loro giornata di lotta riversandosi sull’asse mediano e bloccando il traffico stradale per tutto il pomeriggio. A seguire,  anche il 25 ottobre è stato indetto uno sciopero di 4 ore ed un corteo di diverse centinaia di operai, in cui sono confluiti anche i lavoratori dell’Ixfin, che ha dapprima paralizzato il traffico a Caserta, per poi sfilare per le vie del centro alla volta dell’Unione Industriali e del palazzo della Provincia, laddove è stato dato luogo ad un fitto lancio di uova e si è lanciato l’appuntamento per la manifestazione nazionale che si terrà a Roma il prossimo lunedì.
La tensione resta dunque alta e niente fa pensare che l’incontro del 18 novembre sarà una passeggiata. Se nel corso delle ultime settimane gli operai e le operaie del casertano sono riusciti a tenere alta l’attenzione sulle proprie rivendicazioni, ribadendo con fermezza di non essere disposti a pagare le conseguenze del riassetto aziendale e di non temere le prove di forza messe in atto dalla dirigenza, anche la partecipazione dei lavoratori dell’Ixfin a questo percorso di lotta è un segnale più che positivo: questi ultimi rivendicano da mesi il rinnovo della cassa integrazione, scaduta ormai lo scorso aprile e faranno tappa a Roma al fianco dei lavoratori dell’Indesit per rivendicare anche le proprie istanze, nonché la riqualificazione di un territorio sempre più colpito da disoccupazione, abbandono e devastazione ambientale.

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