La disdetta del contratto dei bancari e una riflessione sullo stato delle banche italiane

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Indice: 1. Intro 2. La disdetta dell’Abi: una veloce analisi 3. Caduta della redditività e politica creditizia 4. Lo stato del sistema bancario italiano: costo del lavoro e innovazione 5. Tiriamo le fila…

Il 16 settembre, con una mossa a sorpresa, l’Abi ha comunicato ufficialmente il recesso unilaterale dal contratto dei bancari la cui scadenza era fissata per il 30 giugno 2014. Il contratto, che riguarda ben 330.000 lavoratori, era stato stipulato nel gennaio 2012 fra mille polemiche, come mai era accaduto nella storia della categoria. Polemiche che riguardavano sia il contenuto dell’accordo che le modalità con cui era stato condotto il negoziato, ma soprattutto il successivo passaggio di validazione da parte delle assemblee dei lavoratori.

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Il contratto infatti ha portato ad un netto peggioramento delle condizioni lavorative nelle banche prevedendo ad esempio il blocco degli scatti di anzianità per 19 mesi, nessun recupero per gli anni dal 2009 al 2012, la riduzione del 18% dello stipendio per i neo assunti per i primi 4 anni oltre ad aumenti salariali irrisori rispetto alla perdita del potere d’acquisto registrata in questi anni. Inoltre il contratto prevede per le banche la possibilità di aprire gli sportelli al pubblico dalle 8:00 alle 20:00 e addirittura, previa trattativa sindacale, dalle 7:00 alle 22:00. Una misura che ha colpito in particolar modo le lavoratrici (il 43,6% del personale delle banche) spesso costrette a richiedere il part-time per far coincidere i tempi di lavoro con quelli di cura della famiglia.

Come dicevamo all’inizio, il CCNL del 2012 ha posto però problemi ben prima della sua stipula.
Infatti la trattativa è stata condotta su una piattaforma diversa rispetto a quella approvata preventivamente dalle assemblee dei lavoratori facendo così palesemente venir meno il vincolo della delega. Ma il vero scandalo è stato il passaggio successivo alla firma dell’intesa. Le votazioni con cui i bancari hanno espresso il proprio parere rispetto all’ipotesi di contratto sono state gestite e organizzate dai sindacati firmatari in maniera quanto meno opaca. Inizialmente le assemblee sono state unitarie poi successivamente, man mano, che i risultati davano i NO in crescita, tutte le sigle (ad eccezione della Fisac) hanno optato per assemblee divise per appartenenza sindacale. Questa scelta è stata presa in quanto la quasi totalità degli iscritti Fisac-Cgil, in contrasto con le scelte dei propri vertici, si è espressa in senso contrario all’accordo e ha cominciato a presidiare attivamente le assemblee al fine di evitare brogli. A questo punto c’è stata una curiosa inversione di tendenza che ha portato ad un risultato finale con i SI che si sono attestati al 59,7% e i NO al 38,5% . Ci sono stati numerosi casi documentati di brogli che in più occasioni hanno portato ad una rettifica dei dati. Ciò è stato possibile grazie al lodevole lavoro portato avanti dal “Comitato No al contratto aiuta-banchieri” che instancabilmente, dove presente, ha raccolto i risultati delle assemblee per poi confrontarli con quelli certificati dai sindacati. L’unico aspetto positivo della vertenza sul CCNL è stata proprio la nascita del Comitato, un organismo nato dal basso, orizzontale e totalmente slegato dai sindacati, una novità assoluta per una categoria in cui il dissenso è stato sistematicamente represso e che sopratutto non ha mai conosciuto una vera democrazia sindacale in quanto, con le R.S.A., i rappresentanti non vengono eletti, ma nominati dalle organizzazioni firmatarie di contratto.


La disdetta dell’Abi: una veloce analisi
Fatta questa breve cronistoria del percorso che ha portato nel 2012 alla stipula del CCNL torniamo all’attualità. Per meglio capire ciò che sta accadendo, di seguito analizzeremo nel dettaglio la lettera di disdetta inviata dall’Abi.
La lettera, dal tono piuttosto paternalistico, si apre così:

L’evoluzione della crisi economica ha portato il paese in uno stato di recessione particolarmente grave, con un Pil che risulta costantemente in contrazione a partire dal terzo trimestre del 2011.

Una constatazione banale che serve però da cornice alle argomentazioni addotte successivamente dall’Abi per giustificare la disdetta del contratto. Creato così il giusto clima di terrorismo psicologico, i banchieri, nel passaggio seguente entrano nel vivo della questione:

In questo scenario, per le banche la caduta della redditività si conferma significativa e insostenibile; in frequenti casi, la redditività è negativa.

Un’affermazione tanto lapidaria quanto vaga che ad una prima lettura appare assolutamente logica e consequenziale con quanto scritto nell’apertura della lettera. Insomma l’economia va male e pertanto le banche avrebbero i conti in rosso. Una bella storiella che però l’Abi naturalmente non supporta con alcun dato. A questo punto – memori delle esperienze passate che spesso hanno dimostrato come, con la scusa della crisi, si siano giustificate operazioni di ristrutturazione finalizzate unicamente a far crescere i profitti – abbiamo deciso di verificare quanto detto, analizzando i dati di bilancio per l’anno 2012 dei vari istituti di credito.

Per prima cosa abbiamo visionato l’ultimo rapporto semestrale dell’Abi che riporta i dati aggregati relativi ai primi 39 gruppi bancari italiani. Dal rapporto risulta una perdita netta di 2,3 mld ma un utile netto rettificato di 1,1 mld. In parole semplici ciò vuol dire che le banche hanno riportato una perdita, ma che tale perdita è determinata da componenti straordinarie non ricorrenti, senza le quali si sarebbe chiuso l’anno in utile. Nel caso specifico le componenti straordinarie non ricorrenti sono rappresentate dalle rettifiche sugli avviamenti. Gli avviamenti non sono altro che il sovraprezzo pagato in occasione di acquisizioni rispetto all’effettivo valore dei beni e servizi dell’azienda acquisita. Questo sovraprezzo rappresenta il valore del reddito futuro che, secondo l’acquirente, la società acquistata sarà capace di generare. L’avviamento viene quindi iscritto come voce contabile nell’attivo del bilancio. Cosa è accaduto dunque? Semplice, le banche, nello stilare i bilanci 2011 e 2012, hanno preso atto che i sovraprezzi pagati negli anni passati durante la stagione del risiko bancario erano assolutamente sballati e non corrispondevano ai redditi che poi tali investimenti avrebbero effettivamente generato. Pertanto la svalutazione alla voce avviamenti è stata compensata con gli utili di esercizio. Gli utili non sono però bastati a coprire completamente questi “buchi” e si è così determinata una perdita netta. Da tutto questo discorso si evincono tre elementi:

la “caduta della redditività” o “la redditività negativa” di cui parla l’Abi nella lettera sono state determinate da errori commessi nel passato dal management. I banchieri, fino all’inizio della crisi nel 2008, hanno consapevolmente alimentato la spirale speculativa attribuendo alle banche presenti sul mercato valori assolutamente sganciati dalla loro capacità di generare profitti. Contro ogni dettame dell’esperienza e della dottrina economica i manager hanno sostenuto l’idea di una crescita senza fine che avrebbe prodotto a tempo indeterminato enormi utili in linea con quanto accadeva in quegli anni. Quando con la crisi gli utili si sono abbassati, questi valori, artificialmente alti, si sono sgonfiati.
Solo nel 2011, a 3 anni dall’inizio della crisi, i banchieri si sono “ricordati” di andare a rivedere l’effettivo valore degli avviamenti concentrando quindi le perdite negli ultimi anni, tutto ciò senza che gli organi di vigilanza battessero ciglio o lanciassero l’allarme. Si è così creata l’emergenza che, come scrive l’ Abi nella lettera di disdetta, va risolta “avviando una complessiva revisione dei contratti di lavoro in vigore”. In parole povere i banchieri hanno creato il buco, ma ripianarlo tocca ai lavoratori. I manager hanno ricevuto retribuzioni record di svariati milioni di euro, i grandi azionisti hanno incassato fino al 2008 dividendi stratosferici, ma a pagare il conto devono essere gli impiegati. Una vera e propria beffa.
Nonostante tutto l’attività bancaria tiene. Se non fosse stato per gli errori operati in passato, ormai già ripianati (stando a quanto dice la stessa Abi), il 2012 si sarebbe chiuso in utile. Dunque se effettivamente ci troviamo di fronte a componenti straordinarie, non ricorrenti, non esiste una vera emergenza come invece si afferma nella lettera.


Caduta della redditività e politica creditizia
Appurato quindi che la recessione c’entra relativamente e che l’attività di fatto tiene, cerchiamo di capire cosa intendono i banchieri quando dicono che la “caduta della redditività si conferma significativa e insostenibile”.
In effetti rispetto ai record di profitti fatti fino al 2007 quelli degli ultimi anni sono nettamente più bassi. Il vero problema, come ha spiegato poi lo stesso Micheli alla stampa, è che “la crisi non permette alle banche di avere una redditività adeguata” ovvero non garantisce agli azionisti di fare i profitti sperati. Per i grandi azionisti di Intesa Sanpaolo (di cui Micheli è vice-presidente) ad esempio passare da un utile netto di 7 miliardi e 250 milioni e un valore per azione di 4,39 euro nel 2007 a 1 miliardo e seicento milioni e il titolo a 1,26 euro nel 2012 è stato un vero e proprio dramma. Un dramma che evidentemente i banchieri pensano di trasferire ai lavoratori attraverso un nuovo contratto che grazie al taglio del costo del lavoro garantisca margini “adeguati”.

Ma cerchiamo di approfondire il nostro ragionamento restringendo il campo d’indagine e limitandoci ad analizzare i bilanci 2012 delle prime 10 banche italiane. Il dato aggregato ci dice che per quest’insieme le perdite ammontano complessivamente a circa 1 miliardo di euro. Se però lasciamo da parte il dato aggregato e vediamo la situazione dei singoli istituti notiamo che la situazione è estremamente diversificata con 5 banche che hanno chiuso in utile e altrettante in perdita. I primi due gruppi, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, che da soli rappresentano un terzo della raccolta e degli impieghi, hanno chiuso in attivo rispettivamente con utile netto di 865 milioni e di 1,6 miliardi. Bene sono andate anche Ubi (+83mln), Credem (+121mln) e Carige (+186 mln) mentre hanno chiuso in rosso: Mps (-2,16 mld), Banco Popolare (-945mln), Bpm (-430mln) e Creval (-322mln). A pesare sui bilanci sono state le rettifiche sui crediti imposte da Banca d’Italia per un ammontare complessivo pari a 20,6 miliardi. Oltre quindi al problema relativo alla rettifica degli avviamenti, che essendo una voce straordinaria non ricorrente, dovrebbe essersi concluso con le svalutazioni del 2011 e del 2012, ora le maggiori difficoltà sono rappresentate dal deterioramento dei crediti ovvero da quella parte di prestiti, erogati negli anni precedenti che le banche si aspettano di non veder tornare indietro. Secondo l’Abi ciò è dovuto alla congiuntura economica il cui peggioramento ha comportato l’impossibilità per alcuni clienti di onorare i propri debiti. Anche in questo caso il ragionamento sembra non fare una grinza, una tesi apparentemente inoppugnabile. Sicuramente la recessione ha fatto aumentare le sofferenze, ma ciò può spiegare una situazione tanto eterogenea tra i vari gruppi bancari? A nostro avviso chiaramente no e pertanto abbiamo proceduto analizzando caso per caso. Nel fare questo lavoro la prima cosa che è saltata all’occhio è che il management delle banche che hanno chiuso in perdita il 2012 spesso è stato coinvolto da scandali. Scandali quasi sempre legati proprio alla gestione dei crediti, frequentemente erogati a soggetti che non avevano i requisiti necessari per accedervi. Una situazione che ha portato, poche settimane fa nel corso della presentazione del Rapporto sul Sistema Finanziario Italiano della Fondazione Rosselli, lo stesso governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a dichiarare “presidiare i rischi di liquidità e credito. Basta atteggiamenti collusivi tra banche ed imprese”. E, a ben guardare, Visco ha ragione in quanto buona parte delle rettifiche sui crediti sono dovute proprio a queste collusioni tra banchieri e grandi imprenditori: basti pensare ai casi di Telecom, Alitalia, Rcs, Zumino, Zaleski, Coppola e Ligresti. Se poi prendiamo in esame i singoli casi la cosa appare ancora più evidente. Ad esempio Mps ha registrato una svalutazione dei crediti pari a 1.925 milioni di euro, in rapporto ai propri impieghi il doppio rispetto alle concorrenti. Un buco che si va ad aggiungere a quello già determinato dalle operazioni sui derivati Alexandria e Santorini. Un altro lascito della gestione Mussari su cui, come documentato dalla stampa, si sta già muovendo la magistratura che ha aperto un nuovo filone di indagini proprio sui finanziamenti facili concessi agli “amici” dell’ex presidente dell’Abi. Sul caso del Banco Popolare di Milano invece si potrebbe scrivere più di un libro. Le inchieste condotte dai magistrati e i rilievi fatti da Banca d’Italia in sede di ispezione, hanno portato allo scandalo della gestione Ponzellini . Centinaia di milioni di euro di crediti concessi senza garanzie ad aziende che palesamente non erano in grado di onorare i debiti contratti. Dalle carte degli inquirenti emerge un quadro sconsolante, fatto di mazzette pagate dagli imprenditori per stipulare contratti di finanziamento e di raccomandazioni fatte da politici di primo piano per favorire congiunti e aziende a loro vicine. Un sistema ben rodato che ha trasformato la piccola banca cooperativa lombarda in quello che i giornali hanno definito “il Bancomat della politica”. Oltre a Ponzellini, che finirà poi agli arresti, vengono indagati anche i vertici di importanti società come Sisal, Atlantis, Capgemini, gruppo Gavio e Almaviva. Ecco come si spiegano 566 milioni di rettifiche sui crediti nel 2012, un’enormità per una piccola banca che da statuto dovrebbe concedere prestiti a famiglie e piccole e medie imprese.

Il problema della rettifica sui crediti non attiene però esclusivamente alle banche che hanno chiuso in rosso, ma a tutti gli istituti di credito, tanto che la stessa Bankitalia prevede che nel 2013 a livello di sistema tali perdite assorbiranno i 2/3 della redditività. Di certo non abbiamo la possibilità di analizzare nel dettaglio il portafoglio crediti delle singole banche per capire quanto delle rettifiche siano effettivamente da ascrivere al peggioramento della congiuntura economica, ma abbiamo il sospetto più che fondato che la politica creditizia particolarmente permissiva operata dai vari Cda verso le grandi imprese abbia costituito un elemento essenziale del deterioramento dei bilanci. La stessa Abi nell’ultimo rapporto semestrale sottolinea come il sistema industriale italiano sia contraddistinto da un eccessivo ricorso per il finanziamento al canale bancario e non a quello dei mercati o all’apporto di capitali propri. Riportiamo testualmente: “i finanziamenti bancari rappresentano una quota % del totale del debito finanziario delle imprese maggiore della media dell’Area Euro (66% vs 47%), il contributo del capitale proprio come fonte di finanziamento è significativamente inferiore rispetto a quella dell'Area Euro (in particolare nella componente quotata)”. Un’anomalia, riscontrata anche dal FMI, che si spiega solo con il fatto che nel nostro paese i vertici delle banche sono particolarmente accomodanti con gli “amici” della grande imprenditoria. Questi ultimi infatti raramente rischiano in proprio, mentre trovano non poche difficoltà a finanziarsi presso i privati che risultano molto più attenti a garanzie, piani industriali e trasparenza nella gestione.
Tirando le somma del nostro ragionamento, possiamo affermare con certezza che alla base della caduta di redditività delle banche ci sono le rettifiche sugli avviamenti e sui crediti e che queste non sono semplicemente frutto della recessione, ma principalmente della scellerate scelte operate da amministratori delegati e consiglieri di amministrazione.

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Lo stato del sistema bancario italiano: costo del lavoro e innovazione
Andando avanti nella lettura della lettera di disdetta ci imbattiamo in un altro passaggio estremamente interessante:

Come ormai noto pesano sul settore le recenti riforme regolamentari e le necessità di rafforzamento patrimoniale imposte dalle Autorità competenti, oltre ad un costo del lavoro tra i più alti, nel confronto con le banche europee e gli altri settori produttivi.

Il riferimento nella prima parte dell’estratto è chiaramente a Basilea 3 e alle disposizioni dell’ Eba e Banca d’Italia. In questi ultimi anni sono state molte le disposizioni a livello europee tese al rafforzamento patrimoniale delle banche e proprio a partire dal prossimo 1 novembre partiranno gli stress test condotti direttamente dalla Bce. È curioso vedere però come l’Abi da una parte nella lettera sottolinei “le necessità di rafforzamento patrimoniale”, mentre dall’altra – nell’ultimo rapporto 2013 sul settore bancario in Italia – affermi: “Le banche italiane sono in linea con la media del Core Tier 1 ratio dei 28 maggiori gruppi EU”.

Ed è ancora più curioso se prendiamo in esame le ultime dichiarazioni in merito fatte da Visco e Saccomanni in occasione proprio degli imminenti test dell’Eurotower. Il governatore della Banca d’Italia il 23 ottobre ha infatti dichiarato alla stampa: “le banche italiane non saranno penalizzate dalle indicazioni fornite dalla Bce per la valutazione degli asset… le sofferenze delle banche italiane sono viste come noi le valutiamo normalmente e a fronte delle sofferenze ci sono riserve e ci sono soprattutto azioni da prendere da parte delle banche per rendere il sistema più equilibrato e in grado di rispondere”. Il ministro dell’economia è stato poi ancora più lapidario: “l’Italia non ha nulla da temere, il sistema bancario italiano si è dimostrato tra i più solidi di tutte le economie avanzate nonostante una crisi lunghissima”.

Insomma non c’è da preoccuparsi; lo dice Visco, lo dice Saccomanni e addirittura la stessa Abi. Alla luce di quest’uniformità di giudizio non possiamo che constatare che anche quella del peso del rafforzamento patrimoniale non è altro che l’ennesima scusa addotta dall’Abi per giustificare la disdetta del contratto.
Sulla questione invece del costo del lavoro che sarebbe “tra i più alti, nel confronto con le banche europee” possiamo fare riferimento ai dati elaborati da “Il Sole 24 Ore” relativi al costo del personale nel 2010 su di un paniere di 17 banche tra campioni nazionali e medi gruppi di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Secondo questo studio, in Europa il costo medio annuo lordo per addetto è 70.500 euro mentre la media italiana è di appena 56.300 e addirittura se vediamo nel dettaglio notiamo che i due maggiori gruppi bancari italiani hanno un costo unitario inferiore alla media nazionale (-5,6% Unicredit, -10% Intesa Sanpaolo). Anche il report 2012 “Prices and earnings”, stilato da Ubs, conferma tale tendenza. Il colosso svizzero ha “analizzato e comparato gli stipendi dei bancari di 73 città (in tutto il mondo), prendendo come riferimento un lavoratore tipo diplomato, con 10 anni di esperienza e un età media di 35 anni”. Da questo report risulta che un impiegato residente a Milano guadagna 29.800 euro lordi (netti 20.000) mentre il suo corrispondente a Ginevra ne percepisce ben 71.770 (netti 50.400), a Parigi 65.300 (netti 44.800) e a Monaco 52.700 (31.500).

Riassumendo possiamo affermare che, a differenza di quanto sostiene l’Abi, in Italia relativamente al settore bancario il costo del lavoro è nella media dell’Unione e sicuramente più basso di quello pagato dai competitor in paesi come Svizzera, Francia e Germania. Insomma anche quello dell’eccessivo costo del lavoro è un mero pretesto non suffragato da alcun dato.

La lettera prosegue poi con:

Si delinea nel contempo un profondo e crescente impatto delle innovazioni tecnologiche che influisce in particolare sulla progressiva riduzione dell’operatività delle reti fisiche a vantaggio di un forte aumento di quelle telematiche.

Purtroppo su questo punto non siamo riusciti a reperire documentazione che ci consentisse di operare una verifica dell’aumento dell’utilizzo delle reti telematiche (l’ultimo rapporto disponibile su “La multicanalità nelle banche” risale al 2010) ma se ci limitiamo a leggere “L'Agenda Digitale del Settore Bancario” redatta dall’Abi nel marzo 2012 emerge qualche incongruenza. Nell’Agenda Digitale infatti i banchieri sottolineano come:

La bassa diffusione della banda larga, e quindi la possibilità di accesso ad internet,costituisce indubbiamente un limite "strutturale", ma la limitata Digitalizzazione del Paese è anche legata a fattori di tipo "culturale". Ad esempio, risulta ancora poco utilizzato l'e-commerce: l'Italia è al 33-esimo posto (su 50) per spesa di consumatori ed imprese in acquisti e pubblicità su internet; cittadini, imprese, e Pubblica Amministrazione mostrano un livello di attività sulla rete ancora basso (siamo al 39esimo posto su 50). La popolazione che ancora non utilizza Internet è pari al 48,5% e tra i 65-74 anni, la percentuale sale all'87%. Non diversa è la situazione della Digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione: se si esamina, ad esempio, il settore dei pagamenti pubblici, appare che solo il 47% degli enti locali italiani permette di pagare imposte e/o tasse tramite i propri portali web che la grande maggioranza dei pagamenti dei cittadini viene ancora effettuata tramite gli uffici postali, molto spesso in contanti.

In pratica appena un anno fa l’Abi riscontrava la limitata “digitalizzazione del paese” e registrava la riluttanza da parte degli italiani ad usare i canali telematici; oggi invece sostiene che ci troviamo di fronte ad “un profondo e crescente impatto delle innovazioni tecnologiche”. Tenendo presente che nell’ultimo anno il governo non ha preso alcun provvedimento in merito all’Agenda Digitale anche questa osservazione, presente nella lettera di disdetta, risulta intrisa di una profonda dose di mala fede.

Secondo l’Abi quindi a causa della crisi economica, delle riforme regolamentari e dell’utilizzo dell’internet banking “le banche si trovano a dover gestire gli addetti in eccedenza, con una vita lavorativa che si è nel frattempo allungata per effetto della riforma delle pensioni, e le cui competenze e professionalità non risultano più coerenti con l’attuale modo di fare banca”.

In poche parole i bancari sarebbero troppi. Un’affermazione che cozza con la realtà delle filiali dove quasi sempre ci si trova a far fronte a carenze di organico strutturali che rendono le condizioni di lavoro estremamente pesanti. Per i banchieri poi, molti dipendenti, magari dai 40 anni in su, si dovrebbero “rottamare” in quanto in possesso di competenze e professionalità non più adeguate. Da questo ultimo estratto traspare in maniera evidente la concezione che i banchieri hanno dei propri dipendenti, che al pari di un qualsiasi macchinario, una volta spremuti e usurati, vanno buttati. Addirittura la formazione e l’aggiornamento diventano un onere per l’impiegato e non per l’azienda.


Tiriamo le fila…
La lettera si conclude quindi con

Tutto considerato, ai fini di cui sopra e per consentire al settore di continuare a svolgere efficacemente il proprio ruolo centrale per l’economia del Paese e nell’intento di minimizzare e/o fronteggiare positivamente le ricadute sul piano sociale, si ritiene necessario avviare, stanti i modelli organizzativi tipici delle banche italiane, una riflessione approfondita finalizzata ad una complessiva revisione dei contratti di lavoro in vigore.
Ci si riferisce, in particolare, sia alla parte economica che a quella normativa del CCNL 19 gennaio 2012 che scadrà il 30 giugno 2014 per il quale è previsto che la disdetta sia comunicata almeno sei mesi prima della richiamata scadenza.
A tal fine, per favorire il più ampio, consapevole e approfondito contraddittorio tra le Parti sociali anche nel solco della maturata tradizione in materia di relazioni industriali, l’Associazione dà disdetta al menzionato CCNL con l’effetto, previsto dalle norme contrattuali, di non prorogare lo stesso, in difetto di auspicabili accordi, oltre la data di scadenza.

Preferiamo non soffermarci sul tono paternalistico di quest’ultimo passaggio. Siamo fin troppo abituati a sentire i banchieri che ci spiegano come le loro scelte sono fatte per il bene dei dipendenti e addirittura per il bene del paese.
È invece interessante vedere come l’Abi da subito si premuri di specificare che la revisione dei contratti dovrà riguardare sia la parte economica, che quella normativa. Una vera e propria replica di quanto fatto dalla Fiat con Fabbrica Italia a Pomigliano che tradotto significa: meno posti di lavoro, meno soldi in busta paga e meno diritti.
L’ultima frase suona poi come una vera e propria minaccia in stile mafioso. I banchieri hanno la faccia tosta di affermare che la disdetta del contratto è finalizzata a favorire il confronto tra le parti sociali, in pratica prima ti sparo e poi parliamo, ma addirittura avvertono che in caso di mancato accordo entro il 30 giugno 2014 non prorogheranno il contratto, lasciando quindi intuire la possibilità di procedere con accordi separati banca per banca.

Questa rappresenta probabilmente la più importante vertenza della storia dei bancari, un soggetto estremamente sindacalizzato, che troppo spesso però ha subito in maniera silente le scelte operate negli ultimi anni dai vertici degli istituti di credito. Se i lavoratori del credito saranno consapevoli dei loro mezzi e avranno il coraggio di opporsi con fermezza alle posizioni portate avanti dai banchieri, non solo potranno difendere i propri posti di lavoro e i loro diritti, ma potranno anche contribuire in maniera fattiva a contrastare lo smisurato potere del capitale finanziario.

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