Telecom Italia: cosa sta succedendo e che ne pensano i lavoratori

Ricostruire in un articolo il caso-Telecom è davvero impossibile. La storia di questa società, il principale operatore nel campo delle telecomunicazioni in Italia, è infatti estremamente intricata: è fatta di fusioni, di cessioni, di esternalizzazioni, di rapporti ambigui con banche e istituzioni transnazionali, con governi, uomini politici e imprenditori di destra e di sinistra. Non possiamo quindi dilungarci in questa sede su tutta questa complessa – e a tratti disgustosa – vicenda.

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Quello che ci interessa è dare qui qualche elemento minimo per capire la gravità di quello che sta accadendo in queste settimane e soprattutto dare voce ai lavoratori Telecom. Che sono, come tutti i lavoratori, i soggetti più esposti, i primi che ci rimettono quando le cose vanno “male”, e che ciononostante vengono sistematicamente ignorati dall’informazione, la quale preferisce discutere dell’“italianità” di Telecom o sostenere questa o quest’altra cordata di “capitani coraggiosi” (coraggiosi ovviamente con i soldi degli altri), invece di ascoltare cos’hanno da dire le persone che ogni giorno creano la ricchezza di quest’azienda…

Anche perché non sono poche: parliamo di circa 55.000 dipendenti Telecom in Italia, a cui vanno aggiunti i 30.000 impegnati nelle sede estere, senza contare le svariate migliaia di dipendenti dell’indotto. Tutti formalmente chiamati “lavoratori dei servizi”, mentre la stragrande maggioranza sono in realtà operai a tutti gli effetti, operatori di call center, addetti alla rete che in questi anni hanno visto continuamente peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro, e che in questi giorni stanno con il fiato sospeso perché non sanno che ne sarà del loro futuro… Proviamo dunque a ricostruire il quadro generale di questa vicenda e gli ultimi sviluppi. E poi a sentire direttamente dalla voce dei lavoratori le loro ragioni, per capire come possiamo dare un contributo alla loro lotta.

Come tutti sanno, Telecom Italia è una società per azioni quotata in borsa, che nasce nel 1994 dalle ceneri della compagnia pubblica SIP e dalla fusione con altre aziende minori. Il passaggio decisivo nella storia dell’azienda è la privatizzazione avvenuta nell’ottobre del 1997, attuata sotto il Governo di centro-sinistra di Romano Prodi. Un’operazione enorme, persino più importante delle manovre sulle reti autostradali o ferroviarie, che non a caso all’epoca viene definita “la madre di tutte le privatizzazioni”. È chiaro a tutti infatti quanto ghiotto sia il boccone messo in vendita: a metà degli anni Novanta il mercato delle telecomunicazioni si annuncia come uno dei settori più dinamici, uno dei terreni strategici della nuova competizione globale. 

L’operazione è estremamente complessa, e di fatto si conclude solo nel 1999 con la nomina ad Amministratore Delegato di Roberto Colaninno – sì, proprio quello che sarà fra i “capitani coraggiosi” che rileveranno Alitalia con i soldi pubblici per riportarla al fallimento nel giro di pochi anni... Dopo alterne fortune la carica passa a un altro “big” del capitalismo italiano, Marco Tronchetti Provera, che guida il gruppo dal 2001 al 2007. Nel frattempo, nonostante un mercato delle telecomunicazioni fortemente in espansione e una posizione di indiscusso predominio, gli utili di Telecom non decollano, anzi: già nel bilancio del 2005 l’indebitamento finanziario netto risulta essere di quasi 40 miliardi di euro. Tanto che nell’aprile del 2007 si assiste, durante l’assemblea degli azionisti, a un vero e proprio show di Grillo – anch’egli azionista dell’azienda – che accusa l’intero Consiglio di Amministrazione di “manifesta incapacità manageriale”… Ma quello che è certo è che, in dieci anni di gestione “privata” dell’azienda, le condizioni di lavoro delle decine di migliaia di dipendenti sono via via peggiorate: sia dal punto di vista dei diritti (contratti precari, insicurezza sul lavoro) che del salario. E questo mentre vari soggetti economici “forti” del paese sguazzano con un certo profitto in questo pantano (solo per dirne alcuni: Agnelli, Olivetti, Benetton, Pirelli, Generali Assicurazioni, Mediobanca, Banca Intesa e Unicredito Italiano)…

Il 2007 è un altro momento di svolta importante perché in quell’anno una cordata italo-spagnola
composta da Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Sintonia e Telefónica (azienda spagnola, una delle più grandi società di telecomunicazioni fissa e mobile del mondo, quarta in termini di numero di clienti e quinta nel valore di mercato totale), crea una nuova società, chiamata Telco, che arriva a controllare il 23% circa di Telecom. A Telefónica, che di Telco possiede il 46% del capitale sociale, vengono però poste diverse condizioni, molte delle quali dettate dal fatto che in Brasile e in Argentina Telecom Italia e Telefónica sono di fatto concorrenti, e si teme dunque che Telefónica possa provare, attraverso il potere decisionale delle sue azioni, a ridimensionare Telecom nel mercato sudamericano. In ogni caso anche questo nuovo, parziale, passaggio di mano, non sembra però determinare un rilancio di Telecom sul mercato. Di fatto l’azienda continua ad accumulare perdite. Nel 2013 la società arriva ad avere un indebitamento finanziario netto di circa 29 miliardi di euro e lordo di circa 38 miliardi di euro, mentre il fatturato è calato del 18% sul triennio 2009-2012, e nel primo trimestre del 2013 dell’8%…

Anche per questo si parla con sempre più forza, dalla metà del 2012, di nuovi piani industriali e nuove strategie di mercato. Fra queste viene ventilata l’ipotesi di “scorporo della rete”, ovvero la creazione, da parte di Telecom, di una società controllata che gestisca, separatamente dal resto del gruppo, la “rete di accesso”. In questo modo il gruppo, che non ha le risorse per rilanciare il suo business, potrebbe scaricare su una nuova società un 20-25% dei suoi debiti, facendosi aiutare dalla “mano pubblica” della Cassa Depositi e Prestiti o andando a rastrellare, con una nuova quotazione in borsa, eventuali capitali interessati a sostenere gli investimenti, sulla carta fruttuosi, per la nuova rete in fibra ottica.

Queste nebulose prospettive che iniziano a circolare per bocca del management preoccupano però non poco i lavoratori. I quali, negli ultimi anni, sono già stati costretti alla mobilità volontaria e ai contratti di solidarietà (vedendo dunque una diminuzione delle loro retribuzioni), mentre circa 2.000 dipendenti, che avevano maturato gli anni contributivi per andare in pensione, sono stati costretti a restare a lavoro “grazie” alla Riforma Fornero. Così, nell’autunno-inverno 2012/2013, le ipotesi di scorporo della rete e gli annunci di 2.750 esuberi nel giro di un anno spingono i sindacati confederali, che finora sono stati spesso complici delle politiche aziendali, alle prime timide proteste.  

Ma la rabbia dei lavoratori è tanta. Perché – come i loro colleghi di altre compagnie pubbliche italiane, privatizzate per le sole convenienze dei capitalisti e non certo per quelle degli “utenti” – hanno vissuto il declino di Telecom sulla loro pelle. Un dossier della CGIL del 10 ottobre 2013 sottolinea infatti come sino agli anni Novanta Telecom fosse il quinto operatore mondiale della telefonia, per investimenti, tecnologie e quote di mercato; e come, dalla privatizzazione del 1997 sino ad oggi, il gruppo abbia invece tagliato più di 70 mila posti di lavoro. Anche se queste uscite sono state realizzate in gran parte attraverso l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, ciò non toglie che abbiano avuto un costo non indifferente per tutta la collettività.

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Arriviamo così all’oggi. Nella notte del 23 settembre 2013 si abbatte un’ennesima tegola sui lavoratori. Generali, Mediobanca ed Intesa Sanpaolo raggiungono un accordo con Telefónica per la cessione a quest’ultima delle loro quote in Telco, la già citata holding che ora controlla il 22,4% di Telecom Italia. L’operazione permetterebbe al gestore spagnolo di portare dal 46% al 66% la sua partecipazione in Telco, con un’opzione per un ulteriore incremento fino al 70% nel breve periodo, per poi arrivare al 100% a partire da gennaio 2014 in caso di approvazione da parte delle autorità Antitrust. Una volta controllata pienamente Telco, la compagnia spagnola Telefónica potrebbe giocare in effetti un ruolo determinante nel management di Telecom, arrivando a decidere la nomina di amministratore delegato e presidente del gruppo.

È qui che nascono tutti gli allarmi che si levano, dal 24 settembre in poi, sul “pericolo spagnolo” e sulla “necessità” di mantenere Telecom italiana. Mentre una parte del capitale italiano (quello che era presente in Telco) è ben lieto di concludere quest’affare e di disinvestire da un’azienda destinata secondo loro al fallimento, un’altra parte insorge. Per capire quanto sia frammentata e in competizione la nostra classe padronale basti vedere i movimenti di Marco Fossati, l’imprenditore di Findim (ex Star) proprietario del 5% delle azioni Telecom,  gli apprezzamenti invece positivi verso  Telefónica dell’amministratore di Mediobanca, Alberto Nagel, del finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar (personaggio vicino a Berlusconi che spuntava anche nel caso Eutelia), e di Gilberto Benetton, ex importante socio Telecom, o ancora le reazioni scomposte di De Benedetti, editore di Repubblica e dell’Espresso, contro Tronchetti-Provera. In ogni caso sui principali quotidiani italiani si incita il Governo a intervenire. Il refrain è sempre lo stesso: non possiamo lasciare in mani straniere un asset così importante per il futuro del paese. È una questione di sicurezza nazionale, addirittura. Alla faccia del liberismo e della libertà dei capitali sempre sventolati da questi signori quando si tratta di chiudere aziende che magari funzionano bene per trasferire altrove la produzione e fare più profitti!

Da questo punto di vista, è estremamente divertente osservare come l’autodeterminazione dei popoli e il patriottismo non siano stati evocati quando l’italiana Telecom, da buona azienda capitalista, andava a rilevare le reti degli altri paesi e a imporre il proprio marchio all’estero. Verrebbe addirittura da ridere di fronte a chi dice che un gruppo a direzione spagnola non tutelerebbe lavoratori e utenti (ci pare che gli ultimi 16 anni in questo senso siano stati molto eloquenti!). Magari sarà così, ma di certo se si finisce in questa situazione è proprio in virtù dei padroni nostrani, le cui cosiddette operazioni di mercato sono consistite in furberie e speculazioni in accordo con tutti i partiti dell'arco parlamentare e con le banche. Ma il capitalismo non perdona, e l'acuirsi dello scontro inter-capitalista a partire dalla crisi del 2007 sta facendo a pezzi i miopi capitalisti italioti.

Comunque, il Governo Letta è costretto a intervenire. Il Presidente del Consiglio il 28 ottobre incontra l’amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano. Che non si sbilancia, ma intanto pensa a come far scendere la pressione sul titolo, magari con un aumento di capitale di 2 miliardi di euro, mettendo uno stop ai dividendi per le azioni ordinarie, cedendo la quota del gruppo in Telecom Argentina... Il giorno dopo Letta incontra anche il presidente di Telefónica Cesar Alierta, chiedendo generiche garanzie sulla tutela del livello degli investimenti e dell’occupazione in Italia. Da parte sua Alierta getta acqua sul fuoco, sostenendo che la sua compagnia intende mantenere lo status quo, e salvaguardare l’italianità di Telecom. In realtà, come sottolineato dal Sole24Ore, probabilmente per continuare la sua manovra Telefónica ha prima bisogno che si sciolgano due nodi: quello della sovrapposizione delle attività dei due gestori in Sud America e la questione di un debito troppo ingente. Sul primo punto, è evidente che né il Brasile, né l’Argentina acconsentirebbero all’unione dei due gruppi senza imporre dismissioni e procedimenti antitrust. Sul secondo punto la quantità di debito di Telecom è al momento un deterrente potente: Telefónica non può caricarsi degli oneri che gravano su Telecom, soprattutto dopo che agenzie come Moody’s l’hanno declassificata. Ovviamente il protrarsi dello status quo non giova a Telecom, che in queste condizioni non può crescere né cercare capitali sui mercati per sostenere i propri progetti di rilancio.

Nel frattempo il Governo italiano pensa a una soluzione che ruoti intorno alla riscrittura della normativa sull’Opa (Offerta pubblica di acquisto) per il controllo delle aziende quotate in Borsa. In poche parole, non essendo in grado di competere, una frazione del capitale italiano, alquanto trasversale agli schieramenti politici, chiede al Governo di riscrivere le leggi! In sostanza il Governo vorrebbe introdurre attraverso un decreto elementi di “controllo di fatto” delle società quotate, e prevedere l’obbligatorietà dell’Opa nel caso un singolo soggetto detenga una partecipazione societaria superiore al 30%. In altri termini questo forzerebbe gli spagnoli a uscire allo scoperto su Telecom, sapendo che in questo momento non avrebbero probabilmente la capacità di affrontare un’Opa. D’altra parte il Governo risente anche la pressione dei piccoli azionisti, che detengono complessivamente il 70% circa delle azioni Telecom, e protestano perché non le hanno potuto vendere allo stesso prezzo dei soci élite di Telefónica in Telco (che hanno ceduto le loro quote a 1,1€ contro i circa 0,72 espressi dal mercato). Anche per questo, il decreto del Governo dovrebbe dare ampio potere di intervento alla Consob, la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa...
Fino al 7 novembre, però, è tutto bloccato. Giovedì prossimo si svolgerà infatti l’atteso Consiglio di Amministrazione di Telecom nel quale, oltre all’aggiornamento del piano industriale, sarà discussa la richiesta di Fossati di indire un’assemblea, da tenersi intorno a metà dicembre, per sancire la revoca della maggioranza del CdA espressa da Telco. Si preannuncia insomma un mese infuocato.  

Questi, grossomodo, i fatti. È da notare che in tutte queste elaborate congetture giornalistiche i soggetti che mancano sono sempre i lavoratori. I quali temono a ragione che una proprietà spagnola porti a un generale ridimensionamento di Telecom Italia (in particolare sembra che Telefónica già in passato abbia mostrato una strategia di mercato tesa a tagliare i call center e ad esternalizzare molti servizi, il che comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro). Ma i lavoratori sono altrettanti spaventati dalle italianissime opzioni di “scorporo della rete”, che sposterebbe di colpo circa ventimila dipendenti senza alcuna garanzia in una società tutta da chiarire, evocando gli spettri di altre lunghe dismissioni industriali, che si perdono in infinite scatole cinesi.

Fortunatamente, i lavoratori Telecom non sono stati con le mani in mano, e già da tempo hanno incominciato a organizzarsi, a discutere, a scendere in piazza. In particolare, è stata molto forte la loro partecipazione allo sciopero dei sindacati di base del 18 ottobre, in cui li abbiamo incontrati e intervistati. I due video che seguono sono registrati in quell’occasione, e rappresentano una delle poche occasioni in cui possiamo ascoltare quello che ne pensano i lavoratori di questa vicenda.

Ma non è tutto. I lavoratori iscritti alla lista CUB/COBAS hanno elaborato già da giugno una strategia alternativa ai finora ipotetici piani aziendali che possa garantire gli attuali livelli occupazionali e gli attuali salari, e allo stesso tempo rilanciare Telecom Italia venendo incontro agli utenti e ai bisogni di una società complessa, ancora molto arretrata, soprattutto al Sud, dal punto di vista della telecomunicazione e della fibra ottica. Una strategia che ha alcuni punti di contatto con una proposta recentemente lanciata dall’Anci per una nuova compagnia pubblica. Qui si può scaricare la proposta dei sindacati di base, che merita tutta la nostra considerazione. Con la consapevolezza che in regime di capitale non è mai il piano più intelligente e sensato per la maggioranza che vince, e che per farsi ascoltare bisogna sapere imporsi con la lotta. Ma lasciamo, finalmente, la parola ai lavoratori…

Rete Camere Popolari del Lavoro