[Milano] EXPO: licenziati per aver partecipato ad un corteo o frequentato centri sociali

expo licenziati dalla questura

EXPO 2015 più che un'esposizione universale sembra il banco di prova di una dittatura fascista alle porte. Una palestra dove lo stato di polizia decide chi ha il diritto al lavoro e chi no in base alle idee espresse in passato dalle persone.

Hai partecipato a proteste studentesche o a manifestazioni pacifiste? Hai frequentato centri sociali?

Se la risposta è sì e sei stato assunto per lavorare in qualche padiglione di EXPO, sappi che sarai licenziato: la questura ha deciso che non puoi accedere all'esposizione universale, ha deciso che non puoi lavorare.

Così decine di persone già assunte, sono state licenziate in tronco per non aver superato il vaglio di questura e prefettura. Persone a cui è stato negato il pass di ingresso senza un motivo apparente. Ma il motivo è evidente e chiaro: con EXPO lo stato di polizia può appellarsi ad un semplice sospetto per etichettarti "terrorista" o "pericoloso" e negarti il diritto al lavoro.

Di seguito riportiamo due articoli pubblicati in questi giorni su "L'Espresso" e "Il Manifesto" in cui sono presenti le testimonianze di Mario ed Anna (nomi di fantasia), lavoratori a EXPO e licenziati, nei fatti, dalla questura.

 

Expo, licenziamenti preventivi. Viminale nella bufera.

di Roberto Maggioni per Il Manifesto

Milano. Negato il pass per l'ingresso al sito espositivo a decine di persone già assunte: non hanno superato il filtro di Prefettura e Questura.

«Vor­rei sem­pli­ce­mente sapere cosa ho fatto di male per non poter lavo­rare a Expo 2015». Anna, nome di fan­ta­sia, aveva fir­mato un con­tratto a tempo deter­mi­nato per lavo­rare sei mesi in uno dei padi­glioni di Expo. Ad aprile aveva par­te­ci­pato al periodo di for­ma­zione entrando anche nel sito espo­si­tivo in costru­zione. Il 30 aprile è stata licen­ziata: «ci dispiace» gli è stato detto dal respon­sa­bile per­so­nale del padi­glione «ma dal primo mag­gio — inau­gu­ra­zione di Expo — non può più entrare nel sito espo­si­tivo. E quindi dob­biamo licenziarla».

Motivo? «La Que­stura di Milano le ha negato il pass per entrare nel sito». Ma è la Que­stura a deci­dere chi può lavo­rare den­tro a Expo e chi no? Chi gli ha affi­dato que­sto com­pito? Quali cri­teri e pro­ce­dure uti­lizza per fare que­sta pre­se­le­zione? E quanto è legit­timo tutto ciò? Un pro­blema di tra­spa­renza e pos­si­bile discri­mi­na­zione sui luo­ghi di lavoro, su cui i diretti inte­res­sati chie­dono chiarezza.

La sto­ria di Anna è simile a quella di altre decine di per­sone, «un cen­ti­naio» dicono dalla Cgil Milano, licen­ziate o a cui è stato negato il lavoro a Expo per­ché non hanno supe­rato il fil­tro di Pre­fet­tura e Questura.

Ma fac­ciamo un passo indie­tro: come fun­ziona que­sto fil­tro di polizia?

Cia­scuna azienda o Paese che lavora den­tro Expo deve man­dare alla Que­stura e alla Pre­fet­tura di Milano i dati ana­gra­fici di chi deve entrare nel sito espo­si­tivo per avere il pass che per­mette di acce­dere a Expo, il tutto tra­mite una pro­ce­dura infor­ma­tica gestita delle piat­ta­forme di Expo SpA. A que­sto punto entra in scena il fil­tro e decine di per­sone si sono viste rifiu­tare il pass senza alcuna spiegazione.

«Il parere di Que­stura e Pre­fet­tura non è vin­co­lante» spie­gano da Expo SpA, la deci­sione finale è dun­que in capo a Expo. Ma di fronte a un parere nega­tivo, fanno capire da Expo, nes­suno si assume la respon­sa­bi­lità di farli entrare. Sem­brano dun­que esserci ampi mar­gini di discre­zio­na­lità. Le rispo­ste arri­vate ai lavo­ra­tori esclusi, sono quasi tutte un copia-incolla di que­sto tipo: «le regole d’ingaggio per essere accre­di­tati a Expo 2015 sono dif­fe­renti da quelle di qua­lun­que altro evento, in quanto l’Expo è stata dichia­rata obiet­tivo sen­si­bile, non­ché sito di inte­resse stra­te­gico nazionale».

E quindi? La domanda resta: chi decide chi può lavo­rare a Expo e chi no, e in base a quali criteri?

C’è anche chi ha inviato il pro­prio casel­la­rio giu­di­zia­rio a Expo per pro­vare di essere incen­su­rato, ope­ra­zione inu­tile: «alle­gare visure o altri docu­menti non serve» è scritto ancora nella rispo­sta stan­dard «i con­trolli ven­gono fatti in altra sede uffi­ciale e sono le auto­rità di Poli­zia a gestire que­ste infor­ma­zione». Cri­teri di sele­zione oscuri sulla base di infor­ma­zioni riser­vate. E che devono restare tali, come ha detto il vice­mi­ni­stro dell’Interno Filippo Bub­bico a Radio Popo­lare: «Expo è un sito sen­si­bile, di rile­vanza stra­te­gica» ha spie­gato «ci sono delle atti­vità di pre­ven­zione i cui cri­teri non pos­sono essere resi noti per­ché per­de­reb­bero di efficacia».

Sem­pre a Radio Popo­lare sono andate in onda diverse testi­mo­nianze di chi si è visto negare il pass, e che ora tra­mite la Cgil di Milano, San Pre­ca­rio o pro­pri avvo­cati, stanno facendo par­tire cause legali con­tro Expo e le aziende che li hanno lasciati a casa. Testi­mo­nianze che par­lano di per­sone incen­su­rate e che, rac­con­tano, non si sen­tono di avere nulla a che fare con pro­blemi di «sicu­rezza nazio­nale». A meno che non si con­si­de­rino come tali l’aver lavo­rato con rifu­giati poli­tici, l’aver par­te­ci­pato a mani­fe­sta­zione con­tro la riforma Gel­mini nel 2008, l’aver fre­quen­tato cen­tri sociali o l’essere stato denun­ciato anni fa per scritte sui muri. Tutte cose venute in mente, guar­dando al pro­prio pas­sato, agli esclusi. Ma que­sto Pre­fet­tura e Que­stura non lo dicono. «Vogliamo sapere per­ché siamo stati licen­ziati e per­ché non pos­siamo lavo­rare a Expo». Insomma, se esi­ste un «Expo­reato» che li tiene fuori dall’esposizione.

«Chie­diamo sia fatta chia­rezza, pen­siamo di essere di fronte a una vio­la­zione dell’articolo 8 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori» dice Anto­nio Lareno, respon­sa­bile Expo per la Cgil di Milano, che ha chie­sto un tavolo straor­di­na­rio dell’Osservatorio Expo per venerdì 29 mag­gio. Tavolo a cui vor­rebbe par­te­ci­pare anche il Comune di Milano: «abbiamo chie­sto di farne ecce­zio­nal­mente parte» ha detto Cri­stina Tajani, asses­sore al lavoro della giunta Pisa­pia. «Chie­diamo a Que­stura e Pre­fet­tura di essere infor­mati su pro­ce­dure, nor­ma­tive e prassi adot­tate nei casi segnalati».

La vicenda finirà anche in Par­la­mento, il depu­tato di Sel Daniele Farina ha depo­si­tato un’interrogazione par­la­men­tare. Ma sarebbe il caso che altri pren­des­sero parola: chi ha perso il posto di lavoro ha il diritto di sapere con la mas­sima tra­spa­renza in base a quale cri­teri è suc­cesso e se tutto ciò sia legit­timo o meno.

 

Expo: sei stato a un corteo? Allora ti licenzio in tronco

di Francesca Sironi per L'Espresso

La denuncia della Cgil di Milano: diversi lavoratori sono stati mandati a casa sulla base di informazioni della polizia. E' bastata una nota sugli schedari, una segnalazione o una denuncia mai arrivata a processo. Per esempio, per una marcia per la pace. O una protesta studentesca.

Lo stato d'eccezione si fa norma, a Expo 2015. Dentro l'Esposizione Universale di Milano può lavorare infatti solo chi ha il nulla osta della Questura, può “nutrire il pianeta” solo chi non è mai incappato in un registro di Polizia. E non si tratta soltanto di reati, di fedina penale, di “allerta terrorismo”: basta una nota sugli schedari, una segnalazione o una denuncia mai arrivate a processo perché venga bloccata l'autorizzazione ad accedere alla fiera. Basta aver soltanto partecipato a «marce per la pace», come racconta Anna.

Il dilemma tra sicurezza e diritti prende corpo negli esposti che sta raccogliendo la Cgil di Milano: già 500 casi di persone che avevano richiesto il pass per entrare alla fiera da dipendenti, giornalisti o interpreti e si sono viste negare il documento «per ragioni sconosciute». E ora la questione è arrivata in Parlamento.

Marco – nome di fantasia – ha raccontato la sua storia a Radio Popolare: «Il 9 aprile sono stato assunto regolarmente da Coop Lombardia per lavorare al Supermercato del futuro, dentro Expo. Ho seguito la formazione teorica e l'addestramento pratico. Nessun problema fino al 30 aprile. Chiamati dall'azienda, io e altri due ragazzi - che poi ho scoperto essere nella mia stessa situazione - restiamo in attesa fuori dall'ufficio del personale. Quando entro mi dicono: «Ci dispiace ma il nostro rapporto termina qui. Per ragioni a noi sconosciute la Questura ha negato il suo pass». Sono cascato dalle nuvole, ho chiesto spiegazioni, hanno detto che la Polizia non gliene aveva date. Solo che aveva «respinto la richiesta». Così mi hanno licenziato seduta stante dicendomi che ero stato assunto per l'Expo e il fatto di non poter entrare era sufficiente a lasciarmi a casa».

I suoi precedenti penali? «Nessuno», spiega lui, che ha fatto causa con un avvocato della rete “San Precario”: «Da studente universitario ho partecipato alle proteste dell'Onda contro la riforma scolastica di Mariastella Gelmini e frequento spazi sociali». Basta questo per diventare una minacci alla sicurezza ed essere considerati un pericolo pubblico. Senza possibilità di appello.

Partecipare all'Onda o alle manifestazioni contro la guerra è un reato? No, non lo è, in una democrazia. Ma la democrazia a quanto pare è stata sospesa dentro i confini dei padiglioni di Expo, per far posto a procedure eccezionali che la società giustifica dicendo che l'evento è stata dichiarato «obiettivo sensibile, nonché sito di interesse strategico nazionale, per cui, per essere accreditati, occorre non aver mai commesso reati».

Il problema è che, dalle prime testimonianze raccolte da Matteo Pucciarelli per Repubblica , L'Espresso e dalla Camera del Lavoro, ci sono molti casi in cui il bando da Expo non nasce da reati contestati o riconosciuti: «Ma di semplici “informative di polizia” mai arrivate nel casellario penale», spiega Antonio Lareno, segretario generale della Cgil di Milano: «Nessuna istituzione ci ha risposto su quali siano i criteri in base ai quali vengono negati o concessi i pass. Né è stato indicato quale ordinanza o disposizione di legge autorizzi Expo a fare questi controlli. E non è mai stato firmato alcun protocollo a riguardo». Per questo, spiega Lareno, la Cgil sta inviando diffide alla società dell'Esposizione e alle aziende che licenziano per i “visti” negati: «Dal nostro punto di vista queste procedure sono violazioni palesi dello statuto dei lavoratori sul diritto all'opinione e di quello della privacy».

Già, perché ad oggi sulla “piattaforma accrediti” di Expo, spiega, sono registrate circa 30mila persone: significa che per tutti questi comuni cittadini, così come per gli altri che sono stati rifiutati, Expo e Questura hanno potuto fare uno screening “di sicurezza” approfondito. Senza che gli interessati lo sapessero. La risposta è sempre la stessa: che i controlli vengono fatti «accedendo a fonti strutturate» e che sono «le autorità di Polizia a gestire queste informazioni». Ma i risultati, comunicati poi dalla società Expo, possono mettere a rischio la privacy dei singoli: molti hanno paura di essere additati ora come “pericolosi” dai colleghi solo perché Expo li ha definiti tali. O di avere problemi sul contratto.

Valeria è una giornalista pubblicista e ha scritto a Radio Popolare quello che le è successo: «Invio a maggio tutti i moduli necessari per ottenere l'accredito Stampa e visitare i padiglioni. Il 12 maggio vedo sul portale web che la richiesta è stata negata. Chiedo spiegazioni e mi rispondono: «Non abbiamo informazioni, solo la sua domanda non è passato al vaglio della Questura». Chiamo l'Ordine dei giornalisti ma dicono che non si può fare nulla fino a che non sarà chiarito il motivo del diniego. Chiamo due volte la Questura e non mi fanno sapere nulla. Conclusione: posso pagare il biglietto ed entrare a Expo da turista ma non accedere come giornalista. Siamo nel Cile anni '70 e non me ne sono accorta?».

La beffa è infatti che tutti questi controlli riguardano solo i lavoratori che chiedono il tesserino. E non i turisti o i viaggiatori a cui è chiesto soltanto di attraversare i metal detector per motivi evidenti di sicurezza all'interno del perimetro. Finisce così che alcuni “respinti” stanno accedendo lo stesso ai padiglioni, quando ne hanno bisogno, pagando il ticket come tutti gli altri anche se avrebbero avuto diritto a un accesso diretto.

Ora la questione è arrivata a Roma. Il deputato di Sel Daniele Farina ha presentato il 18 maggio un'interrogazione parlamentare ai ministri dell'Interno e del Lavoro per chiedere spiegazioni sulle procedure di pubblica sicurezza utilizzate all'Expo. «Il problema sono i diritti dei lavoratori», spiega: «E la nebbia che avvolge gli atti che autorizzano questi controlli. Ricordiamoci che è un evento finanziato con miliardi di euro pubblici». Ora, dice, proverà a trasformare l'interrogazione in un'interpellanza urgente, per ottenere risposta al più presto, anche perché la fiera universale durerà solo sei mesi. Sei mesi di diritti sospesi?

 

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