Que viva Mexico! Continua la lotta degli insegnanti messicani contro la riforma del sistema scolastico

Mentre nel resto del mondo le scuole stanno riaprendo i battenti dopo la pausa estiva in Messico continua la protesta degli insegnanti contro le riforme del presidente Peña Nieto, giovane esponente del Partido Revolucionario Institucional – che di rivoluzionario, ben inteso, non ha proprio niente – e ex-governatore dello Stato del Messico.

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Il cuore della contestatissima riforma, approvata tra fine agosto e inizio settembre, consiste sostanzialmente in 3 punti:

- nella valutazione obbligatoria – dall’alto e incontestabile – del personale docente per mezzo della quale gli insegnati potranno essere ammessi o congedati dal servizio senza garanzia di contraddittorio, come sarebbe previsto dalla legge, né tantomeno di reinserimento o risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato (non vi è infatti sede né modo per valutare la liceità dell’allontanamento del docente dal suo impiego). Basta una “nota negativa” per non vedersi confermato il posto. La valutazione, che valuta la “condotta” dell’insegnate, ma anche il rendimento degli studenti, non tiene in nessuna considerazione le loro condizioni di partenza: quello che conta è il risultato finale, se il prodotto/allievo “funziona” o meno (questa norma ricorda molto quella inserita recentemente nel decreto-scuola che riguarda il sistema formativo del nostro Paese che prevede la “riprogrammazione” e l’aggiornamento – obbligatori e non retribuiti – di quegli insegnanti i cui studenti non hanno avuto risultati brillanti alle prove invalsi, senza tener conto del divario Nord-Sud, della provenienza sociale, degli studenti immigrati);

- nella “corresponsabilità gestionale ed economica”
: le quote, fino ad ora versate a titolo volontario, da studenti e insegnanti per migliorare le infrastrutture, i supporti didattici e i servizi della scuola potrebbero divenire obbligatorie (anche riguardo a questo il Messico appare molto vicino: è sempre più frequente, anche se per ora è informale, anche qui da noi la richiesta di contributi alle famiglie degli studenti per sopperire alla mancanza di fondi pubblici per l’acquisto di materiali necessari alla didattica e alla vita nella scuola);

- nella scomparsa del “posto fisso”.
Attraverso queste riforme si introduce infatti la figura dell’insegnate a “tempo fisso” – uno status totalmente precario e temporaneo – e a “contratto provvisorio” (che cioè fa da tappabuchi senza alcuna garanzia di continuità lavorativa, per cattedre vacanti per almeno sei mesi). La riforma ha valore retroattivo e le sue norme verranno applicate anche ai “posti fissi”, a tempo indeterminato.

Le contestazioni organizzate dal Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione (CNTE) vanno avanti ininterrotte da ormai 4 mesi nonostante le minacce aperte –avanzate in particolare da alcuni deputati del Partido Accion Nacional che sostengono la necessità di incarcerare gli esponenti di spicco della protesta - e la violenta repressione. In questi mesi gli insegnanti hanno fatto di tutto perché queste riforme non passassero alle Camere – hanno presidiato l’Ambasciata degli Stati Uniti, bloccato circolazione viaria nei pressi dell'Aeroporto internazionale della capitale, si sono accampati in pianta stabile, nonostante la pioggia scosciante di questa stagione in Messico, nell’immensa piazza della Costituzione (el Zòcalo) – e anche dopo la loro approvazione non hanno rinunciato alla lotta.

A fine agosto la legge sull’Istituto Nazionale per la Valutazione (INEE) e la Legge Generale sull’Educazione sono state approvate dal Governo senza alcuna consultazione con le parti sociali, senza che gli insegnanti, direttamente coinvolti nella riforma, fossero interpellati, senza alcun riguardo per un’opinione pubblica che, a più riprese, ha manifestato sia pacificamente che rabbiosamente il suo legittimo dissenso. In settembre è passata la terza legge, quella sul Servizio Nazionale Docente.

La risposta degli insegnanti (delle scuole superiori e universitari), degli studenti, della CNTE non si è fatta attendere: il primo settembre un’imponente manifestazione ha sfilato per le strade della capitale. Durante questa giornata, scandita dalle continue provocazioni e dalle violenze delle forze dell’ordine, sono stati arrestati 16 manifestanti – tra cui alcuni giornalisti. Possiamo citare fra i tanti il caso di Gustavo Ruiz, giornalista dell’agenzia messicana indipendente “Subversiones”, arrestato mentre stava filmando le violenze di alcuni agenti (video) che strattonavano e trascinavano degli studenti sul blindato della polizia.

Il 4 settembre dalle 10 del mattino oltre 30.000 insegnanti hanno manifestato a Oaxaca e 40.000 in Chiapas mentre un corteo di 20.000 persone attraversava Città del Messico dirigendosi verso il palazzo del Senato. Il messaggio è forte e chiaro: non importa che la riforma sia già stata approvata de iure: maestri, professori e studenti sono determinati a impedirne l’entrata in vigore de facto. Il segretario generale della sezione 22 di Oaxaca, Ruben Nuñez Ginés, ha avvertito che “la riforma scolastica non verrà applicata nella capitale e neppure negli altri stati in cui opera il gruppo di insegnanti dissidenti”, insomma il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione sembra determinato a far valere il proprio “peso” e a restare in sciopero indefinito e ancora in moltissime scuole non sono iniziate le lezioni.



La scorsa settimana la tendopoli/presidio di Zocalo, messa in piedi il 19 agosto, è stata violentemente sgomberata (video 1). Nel pomeriggio del 13 settembre le forze dell’ordine, nonostante l’accanita resistenza degli occupanti, hanno ripreso il controllo della piazza caricando pesantemente per più di due ore i manifestanti, investendoli con violentissimi getti d’acqua e con una fitta pioggia di lacrimogeni (video 2). A el Zòcalo – l’ennesima piazza simbolo della rivolta di questi anni dopo Tahrir e Taxim – non ci sono più tende, ma la protesta degli insegnanti sembra tutt’altro che finita. Zapata vive? Sembra proprio di sì.

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