[Napoli] Nuove 'Grandi Stazioni' e i soliti licenziamenti

Nonostante i proclami e i tentativi mediatici di distogliere l’attenzione dei lavoratori, la crisi economica non accenna a risolversi. L’Italia dei governanti e delle imprese dichiara che è necessario investire, rimodernare, fare grandi opere per bloccare l’emorragia dei licenziamenti. Intanto però, mentre i fondi vengono impegnati e gli appalti indetti e vinti, i lavoratori continuano ad essere mandati a casa.

Quello che vi raccontiamo qui ne è un caso esemplare. Nella “Grande Stazione” di Napoli, da inizio gennaio il deposito bagagli è chiuso, occupato da quei lavoratori che vorrebbero svolgere la loro attività ed essere normalmente retribuiti, ma che si sono trovati da un giorno all’altro sbattuti fuori dalla porta! Come è successo? Per poterlo comprendere dobbiamo fare un passo indietro.

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In vista del giubileo del 2000 e degli investimenti pubblici destinati a preparare la città di Roma, venne avviato un progetto col nome di Grandi Stazioni SpA, una società di cui fanno parte le Ferrovie dello Stato e Eurostazioni Spa (che comprende il Gruppo Benetton, il Gruppo Caltagirone, il Gruppo Pirelli e la SNCF, le ferrovie dello stato francesi). Si tratta di un progetto che, a parole – ma si sa, le parole non costano nulla – , ha sin da subito grandi ambizioni: vuole «riqualificare, valorizzare e gestire le tredici principali stazioni ferroviarie italiane» , la sua missione è «restituire al pubblico patrimoni di estremo valore architettonico, culturale e sociale; creare nuovi poli di aggregazione, socializzazione e scambio; reinventare il ruolo del passeggero attraverso la piacevolezza del tempo trascorso in stazione; soddisfare bisogni; anticipare desideri». Per fare tutto questo è necessario una società per azioni? A quanto pare sì, visto che nel fare “l’interesse del paese” ha prodotto, per il solo 2009, un utile netto di 37,5 milioni di euro.
Ma per fare questo utile, la società ha, nel tempo, esternalizzato una serie di servizi a discapito del loro funzionamento e, cosa più grave, a discapito dei lavoratori coinvolti. È quanto è successo ai lavoratori del deposito bagagli che un brutto giorno di inizio gennaio si sono visti recapitare un telegramma di licenziamento senza motivazioni e senza preavviso. La mattina stessa erano andati tranquillamente a lavorare e la sera si sono trovati davanti al fatto compiuto che in pochi giorni non avrebbero più avuto di che vivere.
Ecco perché questi lavoratori stanno occupando il deposito bagagli: per rivendicare il loro diritto al lavoro e a una vita dignitosa.
La storia l’abbiamo vista ormai tante volte. L’attività andava male? No. La presenza massiccia di gente in transito in città portava a un fatturato netto che gli stessi lavoratori possono testimoniare aggirarsi sopra ai 300.000€ annui. Allora perché licenziarli? Perché sotto la forma della cessione di un ramo d’azienda si è in realtà realizzato un cambio di appalto. L’attività della gestione bagagli è stata tolta alla società cooperativa Labor 2 S.R.L. ed è stata data alla Ki.Point. E in questo passaggio chi ci ha rimesso sono i lavoratori, perché la Ki.Point, che non è una società specializzata in queste attività e non possiede lavoratori addetti a queste mansioni (è una società interamente controllata da SDA EXPRESS COURIER che a sua volta è di proprietà di POSTE ITALIANE S.p.A. ,“specializzata” «nei servizi di recapito e fattorinaggio […], nei servizi di biglietteria eventi e nel commercio all’ingrosso e al dettaglio di servizi di tipografia, stampa, prodotti di cancelleria e cartoleria» e funziona attraverso l’«affiliazione» in franchising di singoli privati), ha rilevato l’attività per fini puramente di lucro. Si capisce allora perché la Ki.Point, in quanto nuova affidataria, aveva inizialmente dato la propria disponibilità a mantenere le oltre 90 unità addette a tempo pieno, ma soltanto riducendo lo stipendio del 30% a fronte dello stesso impegno lavorativo.  E si capisce ancora meglio perché alla fine, nei depositi bagagli dove il numero dei lavoratori impiegati era inferiore alle quattro unità la decisione del nuovo datore di lavoro è stata quella di chiudere l’attività esistente. Non abbastanza remunerativa!

Napoli - Grandi Stazioni licenzia

Ma cosa centra Napoli? Napoli è una grande stazione. Ebbene, ancora una volta si tratta di un tipico esempio di speculazione sulla pelle dei lavoratori. A Napoli lavoravano sei dipendenti, ma visto che la vecchia gestione aveva conteggiato formalmente come ore necessarie per quella attività una quantità tale da richiedere solo tre lavoratori, gli altri risultavano addetti a mansioni esterne. Ricapitolando: lavoravano in sei, erano necessarie sei persone, ma “formalmente” ne risultavano tre. Ecco che allora, al subentrare di Ki.Point, è diventato facile far passare per vero quel che era solo sulla carta e lasciare per strada i lavoratori con la più che probabile intenzione di assumere a breve giovani che possano essere sfruttati più facilmente con i modelli contrattuali proposti dalla riforma Fornero.
Grandi Stazioni ci ha guadagnato, Ki.Point ci ha guadagnato, i lavoratori ci stanno perdendo. Ma hanno una speranza, che è quella rappresentata dalla solidarietà di tutti i lavoratori della stazione di Napoli (e non solo), che hanno capito che con le nuove norme contrattuali tutte a favore degli imprenditori e la debolezza dei sindacati solo la resistenza diretta e unita dei lavoratori (quelli che stanno soffrendo oggi e quelli a cui potrebbe capitare domani) può portare a dei risultati. In molti stanno quindi sostenendo la lotta dei sei addetti al deposito bagagli andando a presidiare la struttura insieme a loro, dando loro una mano perché possano rientrare a lavorare retribuiti come è loro dovuto.

Rete Camere Popolari del Lavoro