Fiat-CNH Modena: diritti, sicurezza, leggi, sentenze? Ci passiamo sopra con un trattore. La storia di Francesco Ficiarà

La storia di Francesco Ficiarà, tra licenziamenti, reintegro negato e combattività operaia

Da ormai più di un anno, alla CNH di Modena, azienda del gruppo Fiat che produce macchine agricole, va in scena l’ennesimo atto di protervia, arroganza, ritorsione e sprezzo della dignità ad opera della dirigenza della casa torinese. È la storia di Francesco Ficiarà, dipendente Fiat da 19 anni, saldatore.

Il 28 ottobre 2011, Francesco riceve per la seconda volta (la prima nel 1997) una lettera di licenziamento con effetto immediato per motivi disciplinari. In fabbrica si sa, Francesco è sempre stato tra i più attivi nel denunciare e combattere il peggioramento delle condizioni di lavoro e la mancata osservanza delle più elementari norme di sicurezza e nella difesa dell’articolo 18 e dei diritti dei lavoratori. È chiaro sin da subito a tutti che si tratta di un licenziamento politico.

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E d’altra parte la Fiat non è nuova a provvedimenti del genere: gli ultimi casi a Melfi e Pomigliano, hanno visto rispettivamente 3 e 19 operai iscritti alla Fiom, licenziati con la sola colpa di fare parte di un sindacato che a Marchionne sta antipatico.
Francesco, come i suoi colleghi campani e lucani, ha deciso di ricorrere contro il licenziamento e il giudice, il 20 gennaio 2012 emette sentenza di reintegro immediato sul posto di lavoro.

"Tutto bene quel che finisce bene!", starete pensando. E vi starete chiedendo come mai, a 13 mesi di distanza dai fatti, stiamo ancora scrivendo di Francesco e della sua vicenda. È presto detto: perché a Francesco è stato impedito di tornare ad occupare il suo posto di saldatore alla linea della CNH. La Fiat gli comunica che lo “esonera dalla prestazione lavorativa”, pur continuando a versargli lo stipendio come se lavorasse a tutti gli effetti. Che venga pagato per non far nulla, purché non continui a stare tra i piedi, a rompere le scatole, a organizzare e a partecipare a scioperi di reparto per esigere di lavorare in sicurezza, a picchettare i cancelli della fabbrica per combattere contro l’istituzione dei turni straordinari di sabato, a rivendicare i propri diritti e quelli dei suoi compagni.

Ma Francesco non si arrende e pochi giorni dopo si presenta ai cancelli della fabbrica deciso ad entrare, con in una mano un pacco di volantini che spiegano la vicenda e nell’altra la sentenza del giudice. I guardiani lo bloccano, non può entrare: all’interno degli stabilimenti Fiat la legge non ha valore e di quello che dispone un giudice nessuno se ne cura. Modello Marchionne vuol dire anche questo: facciamo un po’ come ci pare, usciamo da confindustria, licenziamo, riassumiamo a piacimento, costringiamo a referendum-ricatto e facciamo fuori chi non ci sta.

Un modello che sembra funzionare alla grande per i padroni, tanto che ha già fatto scuola e si tenta di esportarlo in altre realtà produttive grandi e piccole (vedi Fincantieri di Castellammare di Stabia).

E così si arriva a oggi: Francesco, sostenuto dalla solidarietà dei compagni, ma ancora in attesa di una chiara presa di posizione da parte di partiti e sindacati (fino ad oggi tutti chiusi in un silenzio che sa di presa di distanza), ha continuato a lottare per tornare a lavorare. Il 21 febbraio prossimo ci sarà la seconda udienza durante la quale si dibatterà il ricorso opposto da Fiat alla sentenza di reintegro.
Fiat continua a credere di poter comprare con qualche centinaia di migliaia di euro cose che non hanno prezzo: la dignità che solo il lavoro può dare, i diritti, la giustizia. Di fronte troverà la determinazione operaia e la voglia di non darla vinta all’arroganza di Marchionne e soci. 

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