A cosa può portare la lotta per il lavoro? Lettera di un compagno di strada

Non so bene come iniziare e non so nemmeno se riuscirò a chiarire quello che voglio dire. Sono uno studente poco più che ventenne, un lavoratore e un militante, quando riesco ad incastrare l'attività politica tra magazzino ed esami.

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Lavoro nella logistica, uno di quei settori in espansione, terreno di un conflitto spesso agli onori delle cronache che per alcuni sembra poter essere l'unico terreno di lotta all'interno dei luoghi di lavoro, che sono scomparsi dalla retorica movimentista di questi anni, perché, ci dicono, non è più questo lo spazio su cui poter agire: gli operai sono andati in paradiso.

Tuttavia c'è chi con tenacia si ostina ad affermare il contrario, ovvero che il conflitto sul lavoro e per il lavoro sia ancora necessario, oggi che il proletariato sembra scomparire per lasciare il passo ad una società dei servizi. Ed è proprio per questo che voglio raccontare un aneddoto, perché anch'io, con i Clash City Workers, sono convinto che gli operai non siano morti e che la lotta organizzata a partire dai luoghi di lavoro sia necessaria. Necessaria non solo per migliorare la condizione stessa del lavoratore che avanza delle rivendicazioni, ma per andare ben oltre, per andare alla radice dei problemi e poter immaginare una società diversa.

Infatti, durante uno scambio di battute con un mio collega, ormai diventato mio amico dopo diversi anni di lavoro, è uscito fuori qualcosa che magari sentiamo tutti i giorni, ma a cui bisognerebbe dare il giusto peso. Lamentandosi di alcune risposte ricevute dal capo della cooperativa, questo collega – che chiamerò Marco per comodità – ha detto qualcosa del tipo: «Il problema non è capo X o Y, il problema è il capo in sé. Nel momento in cui sono capo sono diverso».

È da specificare che Marco non è un militante. È un immigrato di seconda generazione, che l'unica posizione politica chiara che prende sono l'antifascismo e l'antirazzismo. Entrambe, tuttavia, non declinate in modo militante, ma solo come sensibilità normale, ovvia, per una persona che si sente denigrata quotidianamente e che quando assiste a discorsi o episodi contro gli stranieri inizia ad alterarsi. Marco, insomma, è un ragazzo qualsiasi, un poco più che ventenne che da anni si fa il culo sul posto di lavoro e che perennemente assiste alla creazione di gerarchie e rapporti di potere. Continuando lo scambio di battute afferma: «Pensi che se non ci fossimo noi, se ci fermassimo, loro [i capi] sarebbero in grado di fare quello che facciamo? Io credo di no, si muove tutto grazie a noi». Io in azienda ogni tanto sono definito "il comunista", ma non ho mai avanzato nessuna analisi, non ho mai portato avanti lotte, non ho mai spinto i miei colleghi e amici a fare ragionamenti di nessun tipo. Eppure nonostante questo è difficile non leggere in quelle battute una consapevolezza altissima di cosa comporti un rapporto gerarchico, di cosa significhi essere sottoposti all'autorità, nonché della forza che si può scatenare dall'unione di chi vi è sottoposto. Lo sapeva d'altronde anche Alessandro – fratello di Marco – che due anni prima, in una precedente azienda in cui lavoravamo, dopo ritardi con lo stipendio, e un figlio nato da poche settimane, ha bloccato il magazzino e invitato gli altri lavotori a fare altrettanto. Lo stipendio, casualità, è poi arrivato. Non c'è stata un'organizzazione particolare tra i lavoratori, ma c'era la consapevolezza della propria forza come insieme, da parte di Alessandro.

Tutto questo per dire cosa? Semplicemente che il lavoro, che io stesso schifo come mondo dello sfruttamento, che ruba aria alla libertà delle proprie tensioni creative, è qualcosa da cui partire. Non può essere un militante esterno che urla che il lavoro fa schifo, che Mcdonald sfrutta e inquina, che l'altra azienda è una multinazionale di merda, che le gerarchie degradano la dignità individuale, a far crescere una coscienza di classe. Chi lavora non è stupido. Come ricordava un mio caro amico poco prima delle elezioni europee, parlando della lista Tsipras, «i lavoratori se lo ricordano dello schifo che hanno fatto», intendendo con ciò l'approvazione da parte di Rifondazione dell'allora pacchetto Treu.

È solo nel luogo reale delle contraddizioni che si può partire per una svolta, incominciando dalla constatazione che chi vive queste contraddizioni non lo fa quasi mai ingenuamente.

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