39 licenziamenti (+1). Ma non si ferma la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori campani di McDonald’s

Li abbiamo lasciati in presidio in piazza Municipio lo scorso 8 febbraio, a difendere il proprio posto di lavoro contro la minaccia imminente di 39 licenziamenti. Da allora i lavoratori e le lavoratrici di Mc Donald’s – Napoli Futura hanno proseguito con tenacia la propria lotta e venerdì 21 e lunedì 24 febbraio i loro rappresentanti sindacali hanno condotto la trattativa presso gli uffici della Regione con l’assessore al lavoro Nappi ed il proprietario di Napoli Futura (proprietaria al 50% con Mc Donald’s Italia di alcuni punti vendita a Napoli e provincia). Oggetto della discussione il nuovo piano aziendale e la razionalizzazione annunciata dei posti di lavoro, condizione che sembra aver coinvolto soprattutto i dipendenti con contratto part-time della società, che hanno spesso storie di anni e anni di esperienza lavorativa alle spalle presso i punti vendita Mc Donald’s.

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Anche nel weekend compreso fra il 14 e il 16 febbraio, un nuovo sciopero ha costretto l’azienda alla serrata. Motivo scatenante di queste altre giornate di lotta è stato il contemporaneo e inaspettato licenziamento di Alessandra Vitangelo, RSA della Uiltucs da anni schierata in prima linea per la tutela dei diritti propri e degli altri lavoratori del Mc Donald’s di piazza Municipio e degli altri punti vendita campani.

Alessandra è proprio colei che la mattina dell’8 febbraio ha dato un volto e una voce a tutti i dipendenti riuniti in presidio nel centro di Napoli, dichiarando una ferma opposizione all’ipotesi dei licenziamenti a fronte di una franca carenza di organico e di incaute politiche gestionali di Napoli Futura; ma soprattutto denunciando il comportamento che l’azienda ha assunto nei confronti dei lavoratori dal 2 dicembre scorso, data di inizio dello stato di agitazione.

Così non usa mezzi termini quando ci spiega delle pressioni subite nel corso degli ultimi mesi: il mancato rispetto dei turni e delle griglie orarie dei lavoratori, le ferie forzate piovute su gran parte di loro, le martellanti e spesso pretestuose contestazioni disciplinari, la proposta di trasferimento presso gli altri punti vendita della regione a coloro che erano stati assunti con contratto part-time (una “soluzione” che lei stessa, durante l’intervista, definisce “licenziamento mascherato”, per la chiara inaccettabilità di simili condizioni a fronte di stipendi di circa 500 euro); infine il trattamento discriminatorio subito da quelle lavoratrici cui è stata contestata la maternità facoltativa.

Con singolare tempismo, pochi giorni dopo lo sciopero, la lavoratrice viene raggiunta dalla notizia del licenziamento: motivo scatenante un presunto ammanco in cassa di soli 16 euro riscontrato poco tempo prima. Proprio in solidarietà della rappresentante sindacale i lavoratori del suo stesso punto vendita hanno immediatamente proclamato lo sciopero, sembrano non esserci stati dubbi sulla natura pretestuosa del provvedimento.


Ma anche subito dopo questa notizia, nonostante la rabbia e l’indignazione, Alessandra non ha ceduto alla tentazione di condurre la propria lotta esclusivamente al singolare, provando magari a discolparsi, a sfruttare la conseguente visibilità mediatica per argomentare le proprie ragioni e cercare di ottenere, così, una riassunzione, magari in sordina e lontano dalle telecamere.
Qualsiasi presa di parola, da quel giorno in avanti, ha gettato luce ancora una volta sull’inaccettabilità dell’atteggiamento condotto dall’azienda, sul rilancio delle argomentazioni dei sindacati a proposito del mancato rispetto del contratto collettivo nazionale di categoria, sull’importanza di una contestazione compatta davanti alla pretesa che i lavoratori, cui non spetta questo tipo di mansione secondo contratto, siano responsabili degli incassi (spesso della chiusura del negozio per svariati giorni di fila e dopo turni massacranti) senza neanche poter godere di un’indennità di cassa, come avviene in casi similari regolamentati da contratto.
Alessandra, dunque, inizia la propria lotta personale, ma al tempo stesso resta al fianco dei lavoratori e, nonostante il proprio allontanamento dal posto di lavoro, nelle due date del 21 e del 24 febbraio siede al tavolo di trattativa per scongiurare gli altri 39 licenziamenti, oltre che per provare a riaprire la partita in merito al proprio.

La intervistiamo ancora una volta al termine di quest’ultima data, quando l’intransigenza del proprietario di Napoli Futura pone la parola fine alla trattativa, con la conferma degli ormai 40 licenziamenti ed un nuovo, grave precedente rispetto a quello della RSA: l’inserimento della clausola di police rispetto agli ammanchi di cassa, per la quale da ora in avanti gli sarà possibile contestare e far ricadere come in questo caso la responsabilità di eventuali incongruenze nei conti sui dipendenti, in assenza di una qualsiasi forma di tutela e di indennità per loro. Questa clausola, è molto chiaro anche ai lavoratori, altro non è che uno strumento di pressione e di ricatto, un modo per renderli più “docili” di fronte alle pretese sempre più assurde dell’azienda, è per giunta formalmente inapplicabile in maniera corretta in quanto, come anche un semplice avventore può vedere, gli addetti alla cassa sono  contemporaneamente  impegnati in altre mansioni, i registratori possono essere aperti non solo con il codice di sicurezza (uguale per tutti e in possesso della maggior parte dei manager e  dei dipendenti e che quindi non rende possibile risalire all’eventuale colpevole dell’infrazione o dell’ammanco) ma anche attraverso un dispositivo meccanico. Insomma se, come dice il proverbio, “ a pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia”, non è certo azzardato dire che il sistema di police cassa va tutto a vantaggio del gestore e a discapito dei lavoratori continuamente sottoposti alla pressione non solo di poter sbagliare e di rimetterci in proprio non essendo coperti da alcuna indennità o assicurazione, ma anche di non aver alcun controllo sul sistema e su eventuali infrazioni operate a loro danno…

A questa forma di pressione si aggiunge quella delle variazioni dei turni comunicate giorno per giorno (e chi non è disponibile perché incapace di riorganizzare con così scarso preavviso gli altri suoi impegni è ovviamente fatto fuori), dei carichi di lavoro sempre più gravosi (determinati anche dal taglio netto del numero di dipendenti).

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Come documenta la foto qui accanto i punti vendita sono strapieni e non c’è nessuna possibilità di gestire adeguatamente il servizio, a dimostrazione che i tagli sul personale non derivano dalla mancanza di clienti, ma piuttosto sono con tutta probabilità dettati dalla volontà di “svecchiare” l’organico e di disfarsi degli elementi più combattivi, che non tollerano di veder impunemente calpestati i loro diritti di lavoratori.

All’aumento del carico di lavoro e si aggiunge la politica dell’azienda di non concedere – anche quando è dovuto a norma di legge - nessun permesso (debitamente certificato dall’inps) per accudire i propri cari, figli o parenti a carico che siano.  A far salire la pressione è poi la richiesta dell’azienda della mobilità interesercizio: in sostanza si pretende dai lavoratori che essi si spostino – anche per coprire un solo turno – da un punto vendita all’altro di giorno in giorno (ad esempio da quello di piazza Municipio a quello di Pompei). 

Tutti questi provvedimenti sono doppiamente gravosi per le lavoratrici che, dovendo spesso sostenere anche il carico del lavoro domestico, della gestione dei figli e della famiglia sono costrette a veri e propri equilibrismi per non perdere il posto di lavoro. Se non resistono poi, tanto meglio! Ci si sbarazza di loro per assumere lavoratori più giovani da cui “succhiare sangue fresco”.


La chiusura dell’incontro di ieri alla regione ha certamente lasciato l’amaro in bocca ai lavoratori e alle lavoratrici riuniti in presidio al palazzo della Regione Campania, ma la loro risposta non si fa attendere: da domani sarà sciopero a oltranza per tutti e 9 i punti vendita di Mc Donald’s – Napoli Futura, a ribadire che non c’è alcuna rassegnazione davanti all’imminente probabile perdita del proprio posto di lavoro.

Rete Camere Popolari del Lavoro