Cosa rimane? La Fiat svela il suo programma di profitti

Il racconto della società italiana la cui italianità era garantita da un’attività di più di cent’anni – una storia, in realtà, fatta di soprusi su lavoratori e favori economici da parte delle istituzioni (privilegi edilizi e fiscali, concessioni territoriali, infrastrutture a disposizione, finanziamenti diretti e indiretti) – è finita, ovviamente nel momento in cui era più comodo ai suoi protagonisti.

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Marchionne non racconta più che Fiat rimarrà in Italia sviluppando e producendo nuovi modelli di auto; i nuovi modelli non c’erano fino ad ora e difficilmente ci saranno adesso che non esiste più la Fiat. Sì, esatto, lo scopo per la quale era stata creata e per la quale era cresciuta, il profitto della famiglia Agnelli & Co., ha decretato la sua morte… e la nascita della nuova FCA.

Marchionne ha dichiarato che questo è stato il «risultato più importante della sua carriera». Non solo, ma che «sono cinque anni» che lavorava a quest’obiettivo (e pensare che nessuno di quei gran signori – politici o sindacalisti che fossero – che sono intervenuti sull’argomento su giornali e televisioni se ne era accorto!). Chiudere fabbriche, ridurre alla fame migliaia di lavoratori ma sopra tutto e alla faccia di tutte le richieste di “moderazione” e “comprensione” avanzate infinite volte in questi anni dai sindacati confederali produrre guadagni.

È per questo che la società, come tutte le grandi società che vogliono acquisire fette di mercato, ha le proprie sedi ufficiali laddove più le conviene e le proprie fabbriche laddove può sfruttare di più i lavoratori. Intanto, per la nuova società nata oggi, Marchionne e il consiglio di amministrazione pensano alle sedi: sede fiscale a Londra, perché lì si pagano meno tasse; sede legale in Olanda, per poter godere dei privilegi legislativi olandesi secondo cui le azioni degli azionisti di maggioranza valgono più di quelle degli altri…; quotazione principale a Wall Street e, per il momento, quella secondaria ancora a Milano, per poter intercettare maggiori capitali. Vedremo presto cosa succederà con le sedi della produzione, mentre i rappresentanti sindacali rimangono con un pugno di mosche e i lavoratori si ritrovano, dopo tutti i diritti e il tempo di lavoro ceduti fidandosi della strategia dei sindacati confederali, con prospettive sempre peggiori. Il comunicato precisa – la stampa connivente ci tiene a sottolinearlo – che «tutte le attività che confluiranno nel gruppo proseguiranno senza alcun impatto sui livelli occupazionali».

Ma chi ci crede ancora?! Chi è disposto a illudersi ancora quando gli attacchi ai lavoratori stanno arrivando a livelli così alti, basti ricordare la recentissima scandalosa proposta Electrolux e il paventato job act di Renzi? Siamo pronti a scommettere, che non ci cascano quei lavoratori che vivono sulla propria pelle quest’attacco e che sono perfettamente consapevoli che a inseguire i desideri dei padroni si finisce solo per lavorare in condizioni sempre più misere.
Dunque, il primo passo è lottare, come in altre parti del mondo continuano a fare, e costringerli a rimanere facendo loro ridurre i profitti, ridistribuendo i guadagni tra i lavoratori. Non perché la Fiat debba rimanere italiana, non perché debba essere il fiore all’occhiello dell’immagine che trasportiamo all’estero, ma perché ovunque voglia andare sappia che i lavoratori non sono disposti a farsi sfruttare senza alzare la voce.

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