Flop della FIAT 500 negli USA: la realtà scalfisce il mito...

La FIAT 500, lanciata sui mercati statunitensi per assicurare a FIAT una consistente fetta di mercato sul territorio delle grandi aziende automobilistiche, sta andando tutt'altro che bene. Anzi, diciamolo pure: sta andando male. Molto male. Una notizia che ha avuto pochissimo spazio sui mass media. E non è difficile capirne il perché.

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Marchionne ci è stato presentato, ormai da anni, come un manager brillante, capace di prendere un'azienda sull'orlo del fallimento e rimetterla in carreggiata. L'uomo con lo sguardo verso il futuro, quello del “Io vivo nell’epoca dopo Cristo, tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non lo so e non mi interessa”. Il manager capace di sfidare i tabù, di rompere col passato e con le sue “rigidità” (leggi, diritti), anche al costo di un duro strappo con il più rappresentativo dei sindacati dei metalmeccanici. Il fallimento delle vendite negli USA, della cui cultura imprenditoriale si dice che Marchionne sia espressione, ci consegna invece un'immagine del tutto diversa. La realtà scalfisce il mito. Marchionne viene riportato con i piedi per terra. È lui il responsabile del recente fallimento. Il licenziamento di Laura Soave, responsabile brand e marketing della FIAT negli USA, è la prima conseguenza del flop. Una mossa che però non può permettere di scaricare di tutte le responsabilità Sergio Marchionne.

Andiamo con ordine. Il flop della 500 è testimoniato dal livello delle vendite nel paese nordamericano.  A fine 2011 siamo a meno della metà del livello inizialmente previsto: circa 21.000 vetture vendute tra Stati Uniti (17.444), Messico e Canada, con la potenza di fuoco di 130 concessionarie (ma solo 101 hanno fatto registrare vendite). Le vendite devono andare veramente molto male se la Chrysler ha deciso di interrompere la produzione del motore da 1.4 litri FIRE con cui è equipaggiata l'auto, secondo quanto afferma un sindacalista della centrale sindacale UAW (United Auto Worker) di Detroit.

Qualcuno si affretterà a tirare in ballo la crisi, la recessione, le difficoltà degli statunitensi. Sgombriamo il campo da equivoci. Il raffronto con le concorrenti, nel segmento di mercato delle utilitarie, dice qualcosa di profondamente diverso. La Mini, della BMW, che va considerata come la più diretta concorrente della 500, ha venduto circa 47.000 vetture. Il che consegna alla FIAT un grosso problema. In molti dicono che l'idea di voler tornare negli “States” con un'utilitaria, ben sapendo che il mercato statunitense è caratterizzato dall'alto tasso di vendita di SUV, sia stato quanto meno un azzardo. Se ci aggiungiamo che il prezzo di partenza è piuttosto elevato (15.500 dollari per il modello base) si capisce un po' meglio perché in tanti hanno preferito volgere l'attenzione ad auto di altre aziende. Ma c'è un altro motivo che potrebbe spingere ulteriormente al ribasso le vendite. Si tratta della questione “sicurezza”. La FIAT 500 è considerata poco affidabile, almeno a sentire quello che è ritenuto l'autorevole parere della National Highway Traffic Safety Administration Usa, che ha affibbiato al modello solo tre stelle in rapporto alla sicurezza. Tre su cinque, la valutazione più bassa che sia mai stata data ad un nuovo modello auto. La valutazione è stata resa pubblica solo il 9 dicembre, quando le vendite erano già a livelli sconfortanti, e potrebbe aggravare ulteriormente le difficoltà della FIAT.

Dal quadro che abbiamo tracciato sembra difficile che i giornalisti possano ricamare qualcosa che anche lontanamente si avvicini all'esaltazione del manager venuto dal Canada. Forse però emerge qualcosa di più simile a quello che per mesi e mesi (e a dire il vero tuttora) lavoratori e lavoratrici della FIAT di Pomigliano, di Mirafiori, di Termini Imerese, dell'Irisbus di Flumeri, della CNH di Modena, cercavano di far venir fuori. Ed è questa la voce che dovremmo ascoltare con molta più attenzione...

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