INDESIT - Storia di una delocalizzazione

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Premessa

La vertenza Indesit è una storia semplice.
A differenza di altre volte in cui ci siamo dovuti impegnare in complicate ricerche ed in attente analisi di bilanci e documenti societari, questa volta è bastato ascoltare i lavoratori e fare un po’ di rassegna stampa. Niente scatole cinesi, niente artifici contabili, ma più semplicemente un' azienda in piena salute che per aumentare ulteriormente il proprio margine di profitto decide di far fuori più di 1.000 lavoratori, delocalizzando in Polonia e Turchia parte della produzione.

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Davanti a questa vicenda, la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” e della presunta coincidenza di interessi tra operai e padroni viene giù come un castello di carte.

Lavoratori che lottano per mantenere il proprio posto di lavoro da una parte, imprenditori senza scrupoli dall’altra. Un copione ben conosciuto, però in quest’occasione i padroni non sono anonimi fondi di investimento o multinazionali straniere, ma hanno il volto ben conosciuto di una delle famiglie storiche dell’imprenditoria italiana: i Merloni. Sì, proprio loro, quelli capitanati dal grande vecchio Vittorio, passato alla storia come colui che diede inizio, durante la sua presidenza di Confindustria (dall’80 all’84), alla stagione dell’attacco al salario culminata con l’abrogazione della scala mobile.

Ma per meglio capire l’evolversi di questa storia riavvolgiamo il nastro e torniamo a 6 anni fa, prima che scoppiasse la crisi.

 

La storia degli ultimi anni
E’ il 2007
, Indesit tocca a Piazza Affari i suoi massimi storici e le sue azioni si classificano tra quelle a maggior rendimento dell’intero listino. Intanto Vittorio Merloni viene costantemente celebrato dai giornali come colui che ha saputo sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione, trasformando un'azienda nazionale in quella che egli stesso chiama una “multinazionale tascabile”. Apre nuovi stabilimenti in Polonia dove gli rendono omaggio dedicando una  strada al padre Aristide e lui ricambia sponsorizzando in Italia le famigerate  “zone economiche speciali”. L’85% del fatturato ormai viene dall’estero, Vittorio però si affretta a dichiarare alla stampa: "mai fatto delocalizzazione da costo del lavoro… Non è quella la molla... Io, come diceva mio padre, porto le fabbriche dove c’è disoccupazione”. Insomma, più che un imprenditore un missionario! L’anno si chiude nel migliore dei modi, l’utile netto segna un più 38%, portandosi a quota 105 milioni con un dividendo di 0,50 euro e gli obiettivi del piano industriale 2006/2008 vengono raggiunti con un anno di anticipo.

Grazie anche ai brillanti risultati dell’Indesit i Merloni si piazzano nel 2008 al tredicesimo posto nella classifica stilata da “Il Mondo“ de “I Super-ricchi di Piazza Affari”, con 47 milioni di dividendi incassati, ben il 43,5% in più rispetto all’anno precedente. A tenere le redini dell’azienda è sempre lui, Vittorio Merloni, che detiene il diritto di usufrutto delle totalità delle quote della Finendo Spa, la holding di famiglia, che a sua volta controlla la Indesit Spa con un solido pacchetto azionario del 43%. In effetti, l’assetto proprietario ha una sua originalità, in quanto il vecchio Vittorio ha ceduto solo la nuda proprietà della Finendo ai quattro figli Andrea, Antonella, Aristide, Maria Paola e alla moglie Carla Carloni, mantenendo un controllo pressocchè assoluto sulle attività, senza che i congiunti possano avere voce in capitolo.

Nel 2008 l’Indesit comincia a sentire gli effetti della crisi. Ad essere maggiormente colpito è il titolo che risente dell’andamento del listino registrando quindi un vistoso calo, mentre, a guardare i fondamentali, l’attività industriale tiene. Le previsioni sugli utili si fanno quindi più cupe, soprattutto in virtù dell’aumento del costo delle materie prime e dell’euro forte. Ma i Merloni sono più preoccupati per quel che sta accadendo al resto del portafoglio della Fineldo, composto per lo più da partecipazioni in diverse banche, dove le svalutazioni cominciano ad essere importanti. Come vedremo più avanti, questo sarà probabilmente uno dei fattori che determinerà in maniera significativa le scelte industriali che riguardano l’Indesit. Nonostante ciò, la proprietà continua ad essere abbastanza spavalda, si parla di acquisizioni e si punta a conquistare nuove fette di mercato, ma soprattutto si mormora di rafforzare le produzioni fuori dall’Italia, dove i margini di profitto sono più alti. L’altro elemento di novità è la nomina di Andrea Merloni alla vice-presidenza, una scelta che desta diverse perplessità  tra gli azionisti di minoranza e tra gli stessi fratelli. In effetti, a ben guardare, la scelta operata da Vittorio Merloni non appare assai oculata e lungimirante, soprattutto alla luce del curriculum vitae di Andrea.

Andrea Merloni è da tutti considerato il classico bamboccio dedito alla bella vita, colleziona Porche, orologi di lusso e vini d’annata, corre in moto, ama la vita notturna e staziona stabilmente a Ibiza e Formentera, dove è ormeggiata la sua “barchetta” di 34 metri. L’unico precedente da imprenditore è quello con la Benelli, quando nel 1995 convinse il padre ad acquistare il marchio motociclistico per poi cederlo dieci anni dopo sotto il peso di 52 milioni di debiti. Forse l’unica dote del neo-presidente è quella di saper mantenere i contatti con i salotti buoni, così come ha sempre fatto il padre d’altronde, tanto da arrivare a convolare a nozze nel 2009 con Viola Melpignano, figlia di Sergio, già noto alle cronache per essere uno dei protagonisti di Tangentopoli ed in particolare dell’affaire Enimont. A suggellare l’unione dei due sposini ci saranno anche gli amici storici di Vittorio ,da Innocenzo Cipolletta a Luigi Abete fino a Massimo D’Alema e Latorre, i quali per partecipare al ricevimento abbandonano il meeting di Cernobbio. Insomma proprio una bella compagnia fatta di tangentisti, banchieri e politici di primo piano.

Fatto questo breve excursus sull’inizio del cambio generazionale ai vertici, torniamo però alle questioni più strettamente legate all’andamento dell’azienda. Nella seconda parte del 2008 si accentuano le tendenze riscontrate ad inizio anno e quindi, pur restando a detta degli analisti solida e profittevole, l’Indesit accusa il calo della domanda. Anche questa volta però a destare preoccupazione sono le quotazioni del titolo che in un anno dimezza quasi il suo valore mentre i dati di bilancio registrano comunque un utile netto che si attesta a 55,5 milioni di euro.

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È a questo punto che scatta qualcosa. Mentre fino a pochi mesi prima il management rassicurava il mercato sottolineando l’ottimo stato di salute dell’azienda, ora invece Marco Milani, amministratore delegato già dal 2004, dichiara a “Il Sole 24 Ore” che per il 2009 “siamo incapaci di finalizzare un budget”. Una serie di dichiarazioni che danno la sensazione che si vuol mettere le mani avanti, che si vuole approfittare della crisi per operare delle scelte che facciano aumentare i profitti e soprattutto apprezzare il titolo Indesit. In effetti non c’è da aspettare molto: puntuale a febbraio 2009 viene annunciato un piano di ristrutturazione che prevede la chiusura dello stabilimento di None in provincia di Torino che dà lavoro a circa 600 persone, con il conseguente spostamento della produzione  in Polonia. Immediate partono le proteste da parte dei lavoratori, come raramente si era visto all’Indesit, e la proprietà sembra fare delle aperture.

In realtà si tratta solo di manovre diversive, i sindacati si impelagano nelle trattative, ma intanto i giornali testimoniano come a Radomsko è già pronta la terza linea per assorbire totalmente la produzione di lavastoviglie.
La ex-presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso dichiarerà addirittura alla stampa che la multinazionale marchigiana ha utilizzato “la scusa della crisi per procedere ad una delocalizzazione pianificata da tempo”. Una vera e propria beffa se pensiamo che il tutto avviene proprio in coincidenza con l’introduzione degli ecobonus, gli incentivi decisi dal governo Berluconi per la rottamazione  degli elettrodomestici. Il destino di None purtroppo è ormai segnato e nel giro di tre anni chiuderà insieme ai due altri stabilimenti di Refrontolo (Treviso) e di Brembate (Bergamo). Un totale di 1000 posti di lavoro saltati. Solo l’intervento degli enti locali e la capacità da parte del tessuto industriale di riassorbire i lavoratori hanno potuto contenere la rabbia e disinnescare la bomba sociale.
Intanto il 2009, dal punto di vista dei fondamentali, si chiude con un ulteriore ribasso degli utili che si attestano a 34,5 milioni di euro con un dividendo per gli azionisti di 0,15 euro ad azione. Il mercato però, come sempre quando si annunciano ristrutturazioni, esuberi e delocalizzazioni, premia i titoli. Così dal febbraio 2009, ovvero dall’annuncio del piano, approffitando anche del trend rialzista dei listini mondiali, a Piazza Affari Indesit comincia a volare e da un valore per azione di meno di 2 euro ad inizio anno si passa a più di 10 nella primavera del 2010.  Risultato raggiunto per i Merloni che pur incassando “solo” 11 milioni di dividendi vedono il loro patrimonio rivalutarsi.

Forti dei risultati finanziari e della tenuta di quelli industriali nel 2010, i Merloni e il loro A.D. Milani proseguono sulla strada tracciata e ribadendo la chiusura dei siti di Treviso e Bergamo cominciano a giocare a fare i piccoli Marchionne, annunciando fantomatici investimenti e intessendo con i sindacati misteriose trattative finalizzate ad aumentare flessibilità e produttività. A questo proposito sono interessanti le interviste rilasciate in questo periodo dall’amministratore delegato. In particolare Milani si sofferma sulla propria esperienza in Turchia e sui brillanti risultati dello stabilimento di Manisa dove a differenza dell’Italia "tutti si dimostrano in possesso di una grande etica del lavoro”. Probabilmente Milani confonde l’etica con la disciplina cui sono costretti gli operai turchi praticamente impossibilitati per legge ad iscriversi ad un sindacato e a scioperare, oltre che obbligati ad un orario di lavoro superiore a quello di tutti i paesi europei per una paga mensile che non arriva a 400 euro. Nel 2010 si fa un passo avanti anche nel passaggio generazionale, con Andrea Merloni che prende il posto del padre come presidente della Indesit e la sorella Antonella che viene messa a capo della Fineldo. Il 2010 si archivia quindi con un discreto risultato dal punto di vista industriale con un utile netto che sale a 89,7 milioni e un dividendo di ben 0,30 euro ad azione e i valori di mercato che seppur in flessione restano abbastanza alti. Anche il 2011 e il 2012 sembrano correre via tranquilli e a vedere i dati di bilancio la “multinazionale tascabile” continua a dimostrarsi solida e con un buon grado di profittabilità (utili per 58,8 milioni nel 2011 e 62,3 nel 2012). Il neo-presidente fa la voce grossa e a chi prospetta la possibilità di vendere risponde affermando che semmai saranno loro a guardarsi intorno e ad effettuare delle acquisizioni.

Il colpo di scena arriva però nel 2013: il vecchio Vittorio è ormai gravemente malato e non è più in grado di prendere decisioni, si risvegliano così gli appetiti degli eredi e inizia una bagarre legale tutt’ora in corso per decidere chi sarà il tutore legale del patriarca, ovvero sul chi avrà potere decisionale. L’ipocrita armonia che aveva caratterizzato i rapporti tra il presidente Andrea e i fratelli viene meno e anche la governance dell’azienda diventa terreno di scontro. Si dividono sulle scelte stategiche, il giovane presidente non vuole stringere alleanze con altri competitor di dimensioni maggiori mentre i fratelli pensano che un'aggregazione sia inevitabile. Dopo un lungo negoziato arrivano ad un accordo: nessuno dei fratelli ricoprirà cariche esecutive all’interno dell’Indesit ma si limiteranno a sedere nel CDA.

Ai primi di maggio viene eletto come nuovo presidente Marco Milani che conserva la carica di amministratore delegato. Questa anomala concentrazione di cariche non fa presagire niente di buono: è una mossa che serve a centralizzare i poteri esecutivi in vista dell’inizio delle  “grandi manovre”. Anche questa volta passano solo  pochi giorni e Milani fa una serie di dichiarazioni shock alla stampa. In particolare, l’8 maggio 2013  “Milano Finanza” dedica un'intera pagina ad un'intervista al neo-presidente dal titolo: “L’euro forte ci ha ucciso”. In quest’intervista, ripresa anche da altre testate, Milani dichiara che “l’euro forte ha ucciso la nostra crescita facendoci perdere l’1%” e che “è importante tenere sempre allineati costi e ricavi”. Nell’articolo non si parla mai di ristrutturazioni, esuberi o delocalizzazioni ma è del tutto evidente che se si identifica il caro euro come il problema, in quanto penalizzante per l’esportazioni, l’unica soluzione possibile è quella di evitare di produrre in paesi dell’area euro, ovvero - nel caso di Indesit - di produrre in Italia. La tesi di Milani però è davvero bizzarra e viziata da una grossa dose di malafede. Infatti, da una parte tenta di lanciare un allarme mettendo a confronto i dati di fatturato del 2007 con quelli del 2012 (ndr 3 mld e 800 mln contro 2 mld e 900 mln), omettendo però di dire che sono in linea con il resto del mercato e che riflettono il calo della domanda; dall’altra rassicura che i risultati dell’anno in corso rispettano le attese e soprattutto che l’indebitamento è assolutamente sotto controllo. Per sostenere la tesi del caro euro più volte sottolinea che i mercati principali sono attualmente Russia e Regno Unito e che a Est e in Medioriente “ci aspettiamo di crescere nel futuro”, ma dimentica sistematicamente il fatto che gran parte della produzione è fatta già fuori dall’eurozona, in Polonia e Turchia. Insomma Milani, che tra l’altro ha percepito un compenso di ben 3 milioni di euro per l’anno 2012, gioca a far passare l’Indesit come una povera azienda nazionale schiacciata dai cambi e prepara così il terreno per giustificare una nuova ristrutturazione in Italia. In effetti alla fine di maggio comincia a girar voce di un’imminente riorganizzazione, tanto che i sindacati si vedono costretti a chiedere chiarimenti all’azienda. Il 4 giugno l’Indesit comunica ufficialmente il piano, che consiste nella delocalizzazione della produzione a basso valore aggiunto con la conseguenza di ben 1.425 esuberi su un totale in Italia di 4.300 dipendenti. E’ una vera e propria mazzata per i lavoratori, tanto più perché questa volta sono colpiti stabilimenti come quelli in provincia di Caserta, in aree dove i livelli di disoccupazione sono altissimi e le possibilità di reinserimento sono praticamente nulle. Immediata scatta la protesta come mai nella storia della multinazionale marchigiana, ma il presidente-amministratore fa la faccia dura e si dichiara disponibile a trattare esclusivamente sugli ammortizzatori sociali. In una lunga intervista a “Il Messaggero” del 19 giugno Milani va dritto al punto e afferma: “voglio essere chiaro…il problema è che la differenza del costo del lavoro fra qui e il resto d’Europa è enorme, la presenza in Italia ci costa 24 euro l’ora”, dove ovviamente per resto d’Europa intende la Polonia con un costo di soli 5 euro l’ora. Ma soprattutto, quando il giornalista gli chiede “l’azienda è sana, perché non rinviare la riorganizzazione?”, Milani risponde con un evasivo “affrontare con senso di responsabilità la situazione e farlo proprio quando l’azienda è sana vuol dire sicuramente poterlo fare gestendo le situazioni e non essere costretti poi a subirle”.

A questo punto però, chiaramente insoddisfatti dalla risposta data da Milani, non possiamo fare a meno che cercare da soli le vere ragioni o meglio chiederci perché un'azienda, in piena salute e che storicamente è stata sempre attenta a non impelagarsi in aspre vertenze sindacali, decide di lanciare un'offensiva di questo genere. Offensiva che, tra l’altro, gli aliena le simpatie di buona parte del mondo politico istituzionale, preoccupato in un momento storico così delicato dalla possibile esplosione di conflitti sociali. Il motivo è semplice e lo troviamo esaminando quei pochi  dati disponibili del bilancio della Finendo, quella che i giornali giustamente chiamano la cassaforte della famiglia Merloni. La Fineldo è la finanziaria che contiene la gran parte del patrimonio accumulato nei decenni dai Merloni; è dove finiscono tutte le attività acquistate con i proventi dell’attività industriale ovvero con lo sfruttamento degli operai. Ebbene negli anni i Merloni hanno investito principalmente in titoli bancari ed in particolare in Unicredit, attività che sono state estremamente remunerative fino a prima della crisi ma che poi hanno subito un drastico deprezzamento. Giusto per dare un'idea, nel 2006 le azioni Unicredit avevano un valore unitario medio di 34,39 euro mentre nel 2012 lo stesso valore si attestava a 3,29 euro. In pratica una svalutazione di più del 90% che per chi come i Merloni possiede 1 milione e quattrocentomila azioni significa una perdita di più di 40 milioni. Stesso discorso anche per le altre partecipazioni  come quella in Mediobanca o nella Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana. In pratica per recuperare rispetto alle perdite riportate nella gestione del patrimonio di famiglia, Vittorio e figli non hanno avuto di meglio che spremere come un limone l’unica attività di cui effettivamente hanno il controllo, cioè l’Indesit. Non è un caso che puntuali tutti i progetti di ristrutturazione sono sopraggiunti in corrispondenza dei momenti di maggiore svalutazione dei titoli bancari. Per garantire lo status di super ricchi a quattro figli di papà e ai loro discendenti non si è quindi esitato a mettere in mezzo ad una strada qualche migliaio di lavoratori tra diretto e indotto.

Fatta queste breve riflessione torniamo quindi alla vertenza. Gli operai si mobilitano durante tutta l’estate 2013 con manifestazioni, scioperi e blocchi, mentre a Roma si apre un tavolo presso il Ministero del lavoro. Qui si ripete la stessa sceneggiata vista a None, con l’azienda che finge di fare timide aperture per poi ritrattare subito dopo nel tentativo di fiaccare la resistenza dei dipendenti. Si arriva così a poche settimane fa, all’incontro del 23 settembre in cui l’azienda si dichiara disponibile a ridurre gli esuberi dell’11% (126 in meno subito più l’impegno a riassorbire 150 impiegati in 4 anni). Una proposta che suona quasi come una provocazione e che non mette chiaramente fine alla vertenza; inoltre dilata ulteriormente i tempi aggiornando il tavolo di trattativa al 21 ottobre.


Conclusioni
Con questo nostro piccolo contributo abbiamo cercato di ricostruire quella che per noi è una delle vertenze più rappresentative e paradigmatiche in corso in Italia. La vicenda dell’Indesit è importante perché rende evidenti diverse questioni:

  • la “crisi” è utilizzata sistematicamente per giustificare operazioni di ristrutturazione che spesso hanno poco o niente a che fare con lo stato di salute dell’azienda;

  • Non esiste alcuna responsabilità sociale dell’azienda, ma le scelte operate sono esclusivamente nell’ottica di massimizzare i profitti;

  • Per massimizzare i profitti la strada è sempre e solo una: abbassare i salari facendo leva sulla competizione internazionale tra lavoratori.

Chiaramente non sappiamo quali siano i passi da fare per arrivare ad un buon esito della vertenza, ma siamo assolutamente convinti che attorno a questi punti si giocherà il destino dei lavoratori dell’Indesit. La capacità di mostrare quali siano i reali interessi che guidano le scelte aziendali, dimostrando come queste non siano né ineluttabili né necessarie, sarà uno dei fattori determinanti nel prosieguo della lotta.
La differenza potrà esser fatta solo coordinandosi con i lavoratori di quei paesi dove avvengono le delocalizzazioni. Ogni miglioramento delle condizioni salariali in Turchia e Polonia è nei fatti un contributo al mantenimento dei livelli occupazionali negli stabilimenti italiani, allo stesso modo non cedere ai ricatti dei Merloni in Italia significa aumentare il potere contrattuale dei lavoratori di Radomsko e Manisa.


Passano gli anni, ma la solidarietà internazionale resta l’arma più forte in mano agli operai.

Rete Camere Popolari del Lavoro